
I cold case fanno parte della storia criminale come di quella narrativa ma la versione italiana non ha niente a che fare, anzi è l’esatto contrario della tradizione giallistica americana. Cold case è un delitto rimasto irrisolto e come tale congelato, mai chiuso; in Italia sta per caso chiuso frettolosamente, pur di trovare un colpevole, in una soluzione che più o meno scontenta tutti, che lascia aperti sospetti di manovre e magari di aggiustamenti, di combinazioni proibite, finché, venti o trent’anni dopo, la faccenda si riapre, inopinatamente, per non arrivare puntualmente a niente come allora. Casi freddi, che a forza di restare in frigo si deteriorano.
C’è una sconfinata tradizione di brutte storie chiuse e mai chiuse, archiviate con un colpevole che sembra rimasto stritolato fra le manovre dei giudici, degli avvocati, dei politici che, di sfondo, non mancano mai, delle malelingue del paese o del quartiere: si parla ancora, per dire, di via Poma, della giovane segretaria Simonetta Cesaroni trovata ammazzata con 29 coltellate in ufficio 35 anni fa, e questo è effettivamente un cold case anche se ogni tanto tornano a tirare in ballo qualche sospettato, di regola il fidanzato; ma è anche uno dei rarissimi casi, tutti gli altri, da Garlasco a Erba, da Brembate ad Avetrana a cento ancora, lasciano gli Alberto, gli Olindo e Rosa, i Massimo e le Sabry con la madre Mimina, dopo salvataggio dello zio Michele, chiusi nella loro condanna che non smettono di contestare.
Ma l’esito non cambia, è “l’infin che ‘l mar fu sovra lor richiuso”; tornano risacche di nuovi elementi, di sospetti, che però il sistema giudiziario-mediatico fin che può rifiuta, risospinge nell’oblio. Sulla strage di Erba il mio amico Giulio Cainarca, direttore di Radio Libertà, non si stanca di denunciare le mille incongruenze e effettivamente le cose che non tornano sono infinite e sono spaventose, ma c’è sempre qualche collega mediatico che nel suo programma più o meno seguito predica: ma che vi state a complicare la vita, ma lasciate perdere. E ci senti come uno sfuggente interesse personale, o di parte, che sconfina nell’opportunismo militante.
Chi scrive ha dei suoi trascorsi giudiziari ricordi controversi ma abbastanza agitati, l’esperienza era locale, non eclatante ma i morti ammazzati c’erano, la violenza squallida e spaventosa c’era. Eppure raramente si arrivava, per non dire mai, ad un esito e tanto meno certo, pacifico esito. Di casi irrisolti nel Fermano, in quegli anni Novanta, davvero troppi ed erano tutte vittime disgraziate: vado a memoria, una povera albanese diciannovenne vittima del racket trovata in una discarica, una gamba che usciva da un sacco; una puttana brindisina, uccisa a fucilate in faccia (come il suo amante prima di lei) e fatta a pezzi per poter essere scaricata in un pozzo, a tranci, come un grosso pesce; un’altra prostituta trovata in resti, mangiata dai cani, in campagna; un femminiello napoletano in un fosso, la testa semistaccata dal collo per un fendente di coltello; e non bastavano, e ogni volta al trauma della violenza si univa quello della giustizia negata: nessun colpevole, mai, neppure una volta, alla fine noi cronisti ci ridevamo su, amaramente, ma convinti. Poi, di colpo, tutta quella furia cannibale scomparve come per incanto, più nessun caso orrorifico, basta autopsie su cadaveri segati in due o divorati. E di quelle poverette, senza storia, sciagurate a nascere, non sopravvive nome né ricordo se non nelle memorie che chi scrive porterà via con sé.
A Garlasco il cold case si riapre dopo che il colpevole ufficiale, Alberto Stasi coi suoi occhi ghiacciati ha quasi finito di scontare la pena anche se da anni gode della semilibertà: per tutti l’assassino della ex morosa, Chiara Poggi, è lui e lo è stato anche per i genitori della vittima, che all’inizio hanno reagito con fastidio e quasi con rabbia alla rinnovata curiosità degli investigatori. Si vuole sempre una certezza, si vuole conoscere chi ha fatto scempio di una figlia e di tutte quelle vite. Solo che la magistratura questa volta non poteva fare finta di niente, non poteva risospingere tra i fantasmi le troppe insistenze: chi ha parlato a Garlasco, chi si è deciso a spifferare cosa dopo 17 anni?
Lo spettatore comune del reality criminale ha inesistenti cognizioni di procedura, di legge, di pratiche investigative, ma di una cosa ha esperienza e istinto e cioè di vivere nel sistema Italia dove tutto è pericoloso perché infido, mai chiaro, approssimativo ma dai risvolti feroci, dai retroscena spietati. Insomma quello che succede ad un presunto assassino può succedere a chiunque e non c’è tanto da star tranquilli. Colpevoli certi per la Giustizia, molto meno per la storia e per l’opinione pubblica; e non ce n’è uno di cui si possa dire che è effettivamente lui, irreversibilmente lui. Neanche di Alberto Stasi, il quale “rischia” una clamorosa riabilitazione. Clamorosa e allucinante, dovesse mai risultare innocente come Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo assolto un anno fa dopo 32 anni in galera da innocente.
Lo spettatore tipo, allevato nella devianza del voyeurismo criminale, si domanda e non si domanda che senso abbia cercare dopo quasi 20 anni un martello o un attizzatoio che qualcuno avrebbe spifferato essere l’arma del macello della povera, giovane Chiara. Dopo 20 anni. E non lo eccitano più che tanto le indiscrezioni da chat, “abbiamo incastrato Stasi”, si chiede e non si chiede il cittadino guardone, lo spettatore guardone, quanto ci sia di vero così come se abbia senso cercare il Dna su una lama rimasta in fondo al lago per due decenni e in caso se serva, se sia effettivamente probante: gli sembrano giochi da serie tivù, questioni romanzesche, avventurose, ma del tutto slegate dalla realtà.
Ma l’italiano che percepisce una storia criminale come un film o una partita sportiva, una cosa la sa e non la dimentica: che non può davvero fidarsi di nessuno, che il suo dannato vivere arranca in una palude dove tutto può tirarti giù all’improvviso: l’imperizia di chi ti punta, la sua malizia, la tecnologia, la magistratura che non risponde a nessuno e neppure a se stessa. Questa magistratura che oggi riapre, perché deve, perché non può sottrarsi, il caso ghiaccio di Garlasco si trova in una situazione dove non perderà lei, ma qualcuno perderà comunque e perderà tutto: se Stasi risultasse innocente dopo 17 anni, la sua vita è andata anche se lo premieranno con un reality, un libro, un giro di talk show e se mai una candidatura (il povero pastore Zuncheddu essendo mediaticamente non utilizzabile, e molto vecchio, non ha avuto neppure un risarcimento, non si dica delle scuse).
Dei presunti carnefici di Meredith a Perugia, dopo il solito groviglio di processi, controprocessi, appelli, ribaltamenti, rinvii, annullamenti, ripetizioni del giudizio, è rimasto in mezzo il solo Rudy Guede, il nero, da poco uscito senza mai smettere di polemizzare coi giudici; Raffaele Sollecito ha provato a cavalcare la notorietà ma ne è uscito distrutto, lei, l’americana, Amanda, fredda più di un cold case, viceversa ne ha fatto la sua fortuna: a un certo punto, mancava solo la invitassero a inaugurare supermercati. Si volle dire all’epoca che se ne fosse interessata addirittura Hillary Clinton, sta di fatto che Amanda Knox, a seconda di come la si voglia vedere, o l’ha fatta franca o si è salvata e ancora torna, si potrebbe dire, sul luogo del delitto, torna in Italia ogni volta che può e rispolvera l’eterno racconto della sua persecuzione giudiziaria. Vera? Recitata? Ma se ne parli, ancora oggi può capitarti di ricevere certi messaggi criptati, senza un mittente certo, che ti minacciano, ti invitano a non rivangare, a lasciare perdere. Ma lasciar perdere è difficile, in qualsiasi direzione, quando devi raccontare di omicidi senza certezza, dove tutti, ma tutti i protagonisti, da qualsiasi parte, in qualsiasi ruolo, hanno come minimo un che di sfuggente, di improbabile.
Se viceversa i nuovi approfondimenti torneranno ad inchiodare, si fa per dire, Stasi, ad avere l’esistenza rovinata sarà quell’amico, Andrea Sempio, raggiunto da sospetti carsici, che ora affiorano e ora tornano a inabissarsi, saranno le due gemelle Cappa, Paola e Stefania. Perché non basta scrivere “non ufficialmente indagati”, quando tutti parlano di te e insinuano che tu abbia un ruolo in un omicidio infame (e mai motivato), sei comunque nel tritacarne. E la gente, che non ha mai smesso di mormorare, alza il tono, e il mormorio diventa scroscio. In una situazione come questa tutto può entrare e tutto può essere falso, pretestuoso, viscido, tutto può servire a tirar dentro o sotto qualcuno, tutto può venire utile come resa dei conti.
E passi per il caso specifico, singolo, ma questi cold case all’italiana sono troppi, sono la maggioranza, se non la regola. Come se troppe interferenze condizionassero l’operato di inquirenti e investigatori. Una cosa è certa, anzi due: la prima è che la magistratura, a dispetto dell’ennesima figura oltre l’imbarazzo, non pagherà in alcun modo – se non ha mai pagato uno solo dello scandaloso processo Tortora, se tutti i suoi ambigui protagonisti sono stati premiati con avanzamenti di ruolo, e ancora oggi, oltre 40 anni dopo, insistono nel dipingersi loro come le vere vittime! La seconda cosa sicura, è che, comunque vada a finire il supplemento di indagine su Garlasco, sospetti e mormorii non si spegneranno. Una verità processuale, ribadita o del tutto inedita, emergerà pure, ma non convincerà nessuno e i soliti sospetti resteranno ad aleggiare come fantasmi implacabili.
Max Del Papa, 15 maggio 2025
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