Esteri

E se Donald Trump lasciasse davvero la Nato?

Cosa succede (davvero) all'Alleanza se gli Stati Uniti si sfilassero

E se fli Usa lasciassero davvero la Nato? Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Oggi Donald Trump ha dichiarato al Telegraph di stare seriamente valutando il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO, sostenendo sia noto al mondo intero che l’alleanza atlantica sia una tigre di carta. Il tycoon non contento ha poi speso parole non proprio al miele nei confronti della Gran Bretagna, sostenendo (non proprio a torto) che sia ormai sprovvista di una marina.

La scintilla di questi ragionamenti è la guerra in corso contro l’Iran: gli europei hanno rifiutato di intervenire e di sostenere le operazioni Usa-Israele. Per Trump è l’ennesima prova che l’Alleanza è diventata un accordo unilaterale in cui a suo dire Washington paga e gli altri beneficiano.
Ma se la minaccia dell’abbandono si concretizzasse, quali sarebbero le conseguenze per gli altri paesi membri?

La prima e più immediata problematica sarebbe un vuoto di sicurezza di proporzioni bibliche. La NATO poggia quasi integralmente sul pilastro americano: intelligence satellitare, logistica aerea, forze di pronto intervento, scudo nucleare e migliaia di soldati dispiegati nei paesi alleati. Senza gli USA, l’Articolo 5 perderebbe il suo vero e temibile garante. I paesi baltici, la Polonia e la Romania si ritroverebbero esposti a una Russia che già oggi spende in difesa più di tutti gli europei messi insieme. La deterrenza per come la conosciamo rischierebbe di crollare nel giro di mesi, non anni. E colmare il gap per l’Europa sarebbe un dramma: esperti stimano costi tra 870 miliardi e mille miliardi di euro in dieci anni: basi, aerei da trasporto, munizioni, sistemi di comando, portaerei, sistemi antimissile. Cifre che oggi sembrano astronomiche.

L’Unione europea, che per settant’anni ha delegato la propria difesa agli Stati Uniti, si troverebbe di colpo quasi completamente nuda. La difesa comune europea esiste solo sulla carta: la spesa media dei 27 è ancora sotto il 2% del Pil (obiettivo minimo NATO) e il piano di riarmo a lungo termine (5% entro il 2035) è troppo lento per un’emergenza. Germania, Francia e Italia dovrebbero triplicare i bilanci militari in pochi anni, con conseguenze economiche pesantissime: meno risorse per welfare, sanità e transizione green. Inflazione, debito pubblico e tensioni sociali sarebbero inevitabili, soprattutto nei paesi più deboli del Sud Europa. E pensare che nessuno voglia attaccarci non è sufficiente: l’impreparazione militare non può essere un’opzione plausibile.

Sul piano geopolitico il colpo sarebbe devastante. La Russia potrebbe interpretare il ritiro americano come un invito a testare i nuovi confini orientali. Dentro l’UE si aprirebbero fratture: i paesi dell’Est spingerebbero per un riarmo immediato e per accordi bilaterali presumibilmente con Berlino; quelli del Sud, più cauti, temerebbero di finanziare una difesa più leggera ma probabilmente insufficiente. Così il rischio di una Nato a due velocità o addirittura di una dissoluzione parziale è concreto.

È dunque molto difficile pensare che la crisi potrebbe essere anche un’opportunità. È vero, magari l’Europa costretta a scegliere potrebbe finalmente accelerare verso una vera autonomia strategica, ma non è così scontato considerato come ancora gli stati preferiscano curare i propri singoli interessi. Un’operazione di questo tipo richiederebbe leadership politica comunitaria e consenso popolare che oggi mancano.

Alessandro Bonelli, 2 aprile 2026

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