in

E se Salvini si dimettesse da Lega e governo?

Dimensioni testo

Matteo Salvini è un leader fortunato. E lo è, come spesso succede, a sua insaputa. Chissà se avrà capito che la vicenda dei 49 milioni richiesti dalla Magistratura alla Lega Nord di Umberto Bossi, quindi a lui come suo successore, cambierà per sempre il suo futuro umano e politico? E così l’accusa di sequestro aggravato per la vicenda Diciotti: potenzialmente vale 30 anni di galera.

Una delle regole basiche per chi vuole vivere e operare in Italia è non mettersi mai contro i magistrati, lo dico senza ironia e senza polemica alcuna. I magistrati sono, nel bene e nel male, italiani come tutti noi, però hanno un grande potere. Se sei innocente devi avere fiducia in loro, se sei colpevole, galleggia, ma non sfidarli. Prendete Silvio Berlusconi, se si fosse comportato come i suoi colleghi e coetanei della fascia altissima dell’establishment che erano, eticamente, come o peggio di lui (volete i nomi? Quelli di Mani Pulite e i loro successori), avrebbe speso molto meno in avvocati, in energie, in perdita di immagine, pagando, di contro, un prezzo molto alto in termini di qualità della (sua) vita.

Guardiamo lo scenario a tre mesi dall’avvio del nuovo governo giallo-verde e a otto mesi dalle prossime elezioni europee:

1. Forza Italia, in termini politici, è ormai un incrociatore destinato all’arsenale, zeppo di capitani di fregata invecchiati, pochi marinai, nessun mozzo, tanti potenziali timonieri, un solo pilota automatico. Il suo destino è segnato, resterà in bacino fino a quanto la straordinaria fibra psico-fisica dell’Ammiraglio reggerà. Strategicamente Fi non ha alcun futuro. Non può mettersi con il bolso Matteo Renzi (anche lui destinato all’arsenale, seppur inteso come set cinematografico), non può rimanere indipendente, altrimenti si spegne: insomma è in un cul de sac.

2. Il Pd è in un doppio cul de sac. Non riesce a liberarsi di Matteo Renzi (protetto da una feroce guardia imperiale molto devota) che ha sì perso la “cadrega” ma mantiene il potere burocratico nel partito. Al contempo, il Pd ha capito che se accetta l’abbraccio delle élite e di Emma Bonino si suicida definitivamente.

In pratica, il governo giallo-verde non ha un’opposizione partitica, ma solo (si fa per dire, sono potentissimi) di singoli spicchi delle istituzioni, l’alta burocrazia, pubblica e privata, inserite come un reticolato nei gangli vitali del potere. Il problema vero è che l’establishment non sa che pesci pigliare. L’idea che il mercato sappia autoregolarsi pare ormai definitivamente rientrata, sopra tutto sta rientrando la convinzione che “con i soldi si facciano soldi” e non “fantozziane diseguaglianze”. E che questo modello sostenga un’economia non basata sul lavoro e sull’imprenditorialità dei singoli (ci è arrivato anche Papa Bergoglio), ma su un ipotetico (idiota) consumatore. Questi è in una posizione divertente: ha un infinito assortimento di merci poco costose (seppur scadenti) a disposizione, ma è economicamente un barbone.

Perché Salvini è un leader fortunato? Perché gli è stata servita su un piatto d’argento l’opportunità di dare le dimissioni sia dalla Lega e da Ministro dell’Interno. Lo faccia, trasformi l’obbligo in un’opportunità politica che può giocarsi alla grande in termini comunicazionali. Immagino che lo potrebbe fare a fine anno, a finanziaria approvata.

A questo punto sarà costretto a fondare un nuovo movimento, un rassemblement di centro-destra (da Fi ai moderati del Pd, a una parte di grillini), da schierare con il Partito Popolare europeo, quello che potrebbe nascere a maggio 2019. Matteo Salvini lo farà? Vedremo.