Chi ha visto la finale del Roland Garros, con la vittoria quasi acciuffata da Jannik Sinner (che ha avuto a disposizione tre championship points) e poi scivolata via, fino a farsi catturare da Carlos Alcaraz dopo cinque ore e mezza di match, avrà sicuramente una nitida immagine nella mente: quella del numero uno altoatesino che, appena sconfitto, si siede e osserva silenziosamente il murciano/marziano mentre festeggia con il suo team. Lo sguardo di Sinner è gelido, tipico di chi dopo una cocente delusione fa a pugni con sé stesso.
Sinner, peraltro, si presenterà poi in ritardo ad un’intervista scusandosi e dichiarando di non essere arrivato in orario avendo pianto nei quindici minuti precedenti. Eppure quella debacle, guardandola oggi, è stata carburante puro.
Dopo il Roland Garros, Alcaraz acquisisce ancora più consapevolezza e travolge tutto ciò che gli si para davanti: vince il Queen’s sbaragliando gli avversari. Si concede anche qualche serata di relax, fra Champagne e belle donne. Giusto così, per un ragazzo di 22 anni che vanta già 5 slam. Sinner invece arranca, tanto che molti finissimi conoscitori del tennis iniziano ad ipotizzare che impiegherà mesi, forse addirittura un anno, prima di recuperare quel pantano psicologico che era stato l’ultimo atto di Parigi. Difatti, Jannik viene eliminato ad Halle, torneo sull’erba che l’anno scorso aveva vinto in ciabatte.
Sinner tuttavia mantiene sempre il suo charme e la sua compostezza e inizia la preparazione per Wimbledon. Sul centrale londinese, nella prima settimana non compie passi falsi: percorso netto o quasi. Poi incontra Dimitrov agli ottavi e pare che il sogno stia per finire: l’italiano va sotto due set a zero e accusa un problema al polso destro dopo essere scivolato. E invece la dea bendata (per quanto sia ingiusto parlare di fortuna dinnanzi ad un campione come Dimitrov che accusa un guaio fisico) ci mette del suo e costringe il tennista bulgaro al ritiro.
Sinner approda così ai quarti, ma a causa del suo problema al polso annulla l’allenamento, tanto che l’organizzazione londinese, pensando ad un forfait, sposta la location della partita di Jannik dal Campo Centrale al Campo 1. Ore di apprensione, poi la notizia: Sinner si allena. Sinner sta meglio. Sinner alla fine gioca il quarto. Sinner vince, 3-0. Shelton annichilito.
Poi arriva Djokovic in semifinale, il maestro, l’anziano saggio, sempre approdato in finale di Wimbledon dal 2018. Ma i record, si sa, sono costruiti appositamente per avere una fine. Sinner vince 6-3, 6-3, 6-4. Il male al polso è un lontano ricordo. Alcaraz lo aspetta.
Della finale di ieri c’è poco da dire. È tutto già negli almanacchi della storia dello sport della nostra nazione, pertanto non serve proseguire con la cronaca.
Il punto è un altro: Jannik Sinner ha vinto poiché psicologicamente è rimasto intrappolato sulla panchina del Roland Garros. Ha vinto perché oggi, nonostante abbia dispensato sorrisi entrando sul centrale, il suo sguardo era rivolto a Parigi. Però, a differenza di come tanti esperti (e non) pensavano, non si è fatto annichilire dal cattivo ricordo, tutt’altro: ha fondato su di esso il substrato da cui ripartire, il fondo da toccare quanto più possibile così da potersi dare una spinta formidabile verso il sublime, il digiuno forzato che vincola indissolubilmente alla fame di vittoria.
Per questo, oltre che per le sue infinite abilità tecniche, Sinner oggi è il Re di Wimbledon. Perché è entrato in campo pronto a dare tutto pur di non rivivere quello che ha vissuto un mese e mezzo fa. Perché il dolore è utilissimo e serve a capire quanto è bello raggiungere il traguardo. E anche perché un pizzico di culo, nella vita, non guasta mai.
Alessandro Bonelli, 14 luglio 2025
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