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Auto, i socialisti Ue vogliono riparare i danni con i nostri soldi

Dopo aver imposto l’elettrico distruggendo l’automotive Ue, i socialisti a Bruxelles si inventano il “leasing sociale” pagato dai contribuenti

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I socialisti europei, dopo aver spinto insieme a Verdi e liberali per la svolta elettrica che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica europea, ora tentano di rimediare con una misura dal sapore assistenzialista: il “leasing sociale” per le auto elettriche. L’idea, presentata dalla presidente del gruppo S&D Iratxe García Pérez e dal vicepresidente per il Green Deal Mohamed Chahim, prevede incentivi europei per consentire a famiglie e cittadini di accedere a un’auto elettrica “economica e di fabbricazione europea”.

Ma dietro la retorica dell’equità si nasconde l’ennesimo schema di sussidi pubblici per sostenere un mercato che non funziona. Le auto elettriche restano troppo care, con infrastrutture di ricarica insufficienti e una domanda che crolla in quasi tutti i Paesi europei. Ancora una volta, il conto lo paga il contribuente.

La combinazione della proposta di piccole auto elettriche di Ursula von der Leyen con questo dispositivo di leasing sociale può produrre risultati… Può essere apprezzabile per l’industria oltre che per gli obiettivi climatici”, ha commentato l’eurodeputato Pd Giorgio Gori. Un entusiasmo che stride con la realtà: persino in Francia, dove il “leasing sociale” è stato sperimentato, la misura è stata sospesa per mancanza di fondi e poi riattivata in versione ridotta.

Il contrattacco del Ppe: rinvio al 2040

Mentre i socialisti sognano nuove tasse per finanziare l’elettrico, il Partito Popolare Europeo cerca di riportare il dibattito alla realtà. Il cancelliere tedesco e leader della Cdu Friedrich Merz, in visita a Bruxelles, ha rilanciato la proposta di rinviare al 2040 lo stop ai motori endotermici, attualmente fissato al 2035. Un gesto che ha riacceso lo scontro tra ambizioni climatiche e sostenibilità economica, soprattutto in Germania, dove le case automobilistiche denunciano margini ridotti, domanda in calo e concorrenza cinese sempre più aggressiva. “A Bruxelles bisogna superare le resistenze dei socialisti, mentre i popolari sono favorevoli”, ha dichiarato Merz. Dietro la disputa si nasconde un nodo politico: il Green Deal non è più solo un piano ecologico, ma una questione di sopravvivenza industriale.

von der Leyen tra due fuochi

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, esponente del Ppe e come Merz membro della Cdu, è stretta in una trappola politica. Da un lato deve difendere il suo Green Deal, dall’altro non può ignorare le pressioni crescenti del mondo industriale e dei governi più esposti.

Rallentare la transizione rischia di spaccare la “maggioranza Ursula” (popolari, socialisti, liberali e verdi), ma ignorare la crisi del settore auto sarebbe suicida per l’economia europea. Ogni decisione sarà dunque una scelta tra ideologia e pragmatismo, tra ecologia e occupazione.

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Il comparto automobilistico rappresenta circa il 7% del Pil europeo e oltre 13 milioni di posti di lavoro. Ma la rivoluzione elettrica, anziché stimolare la crescita, ha provocato un’ondata di incertezze. I tassi alti e il taglio degli incentivi hanno frenato la domanda; la Cina domina la produzione di batterie; e i costruttori europei si trovano schiacciati tra costi enormi e regole sempre più stringenti.

Un rinvio al 2040, come chiede il Ppe, servirebbe a dare ossigeno alle imprese e tempo per adeguare infrastrutture e tecnologie. Ma i socialisti insistono sul dogma del 2035, anche a costo di sacrificare la competitività industriale.

Lo scandalo delle lobby verdi: Bruxelles paga chi fa pressione per il Green Deal

Ciò che rende il quadro ancora più torbido è il fatto la Commissione europea avrebbe finanziato segretamente gruppi ambientalisti per fare pressione a favore delle politiche verdi di Frans Timmermans. Parliamo di centinaia di migliaia di euro, pagati a Ong e associazioni ecologiste per “influenzare il dibattito politico” e “orientare le decisioni legislative” su clima e ambiente.

Una sorta di “lobby verde” finanziata direttamente da Bruxelles per spingere riforme impopolari, compresa la contestata Nature Restoration Law. “C’erano persino liste con i nomi dei politici da contattare”, dichiarò l’eurodeputato del Ppe, Dirk Gotink.

Tra ideologia e realtà

Tra “leasing sociale”, scandali green e contraddizioni politiche, l’Europa appare incagliata in un cortocircuito ideologico. Dopo aver distrutto un intero settore con regole e divieti imposti dall’alto, ora Bruxelles tenta di salvarlo con nuove sovvenzioni e nuovi debiti pubblici.

Il risultato è un modello economico che non funziona, fondato su incentivi e propaganda più che su innovazione e mercato. La domanda resta una sola: fino a quando i cittadini europei saranno disposti a pagare di tasca propria per politiche che li impoveriscono in nome di un ambientalismo sempre più di Stato e sempre meno di realtà?

Enrico Foscarini, 14 ottobre 2025

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