L'ANALISI

Bezos, Cazzullo e un Paese “benicomunista”

Il matrimonio di Bezos a Venezia ha indignato Cazzullo. Ma davvero la disuguaglianza è un problema? O è il motore della crescita? Un’analisi liberale

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Cazzullo Bezos

“Un conto è noleggiare alberghi, ristoranti, motoscafi, che sono beni privati. Un conto è noleggiare il bacino di San Marco… È l’ennesima prova che il principio dell’uguaglianza non vale più”. Così ha scritto qualche giorno fa Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera rispondendo a un lettore “indignato”. Le critiche scatenate dal matrimonio di Jeff Bezos a Venezia sono emblematiche di un clima culturale che in Italia sembra sempre più allergico al concetto stesso di successo, ricchezza e, soprattutto, disuguaglianza. Eppure, come ben spiega Nicola Porro nel suo libro La disuguaglianza fa bene, è proprio la disuguaglianza – quella virtuosa, quella che nasce dal merito, dal rischio, dalla capacità – a garantire la mobilità sociale, l’innovazione e, sì, anche la bellezza.

Un evento temporaneo, un beneficio duraturo

Jeff Bezos ha celebrato il suo matrimonio in una delle città più belle del mondo. Lo ha fatto noleggiando strutture, spazi e servizi in modo perfettamente legale, e con un impatto economico che ha generato lavoro, visibilità e indotto. È stato un evento temporaneo, eppure trattato da alcuni – come Cazzullo – come un colpo di stato ai danni del popolo.

Sì, per alcune ore l’accesso a certi luoghi è stato regolato. Ma da qui a parlare della “fine dell’uguaglianza tra gli esseri umani” ce ne passa. Questa non è aristocrazia feudale. È una manifestazione – discutibile nei gusti, forse, ma non nei principi – del libero utilizzo della propria ricchezza in un sistema capitalistico.

La vera domanda: chi crea valore?

Bezos non è solo un uomo ricco. È il fondatore di Amazon, un’azienda che dà lavoro a oltre 1,5 milioni di persone nel mondo, che ha trasformato la logistica, l’e-commerce, la distribuzione editoriale, e persino lo spazio, grazie a Blue Origin. La sua ricchezza è la misura (imperfetta, ma concreta) del valore che ha creato. Che esistano persone capaci di generare tutto questo non è una minaccia per l’uguaglianza, ma una speranza per chi sogna di migliorare la propria posizione.

Paradossalmente, è proprio grazie a imprenditori come Bezos che milioni di persone nel mondo oggi possono permettersi viaggi, cultura e tempo libero, inclusa una visita a Venezia. Ecco la vera democrazia economica.

I numeri che contano davvero: posti di lavoro, non solo patrimoni

Chi grida contro la diseguaglianza si dimentica spesso che la ricchezza dei grandi imprenditori globali non è solo un dato da classifica, ma una leva concreta di progresso economico e sociale. I cinque uomini più ricchi del pianetaMusk, Zuckerberg, Bezos, Ellison e Arnault – non possiedono solo patrimoni a nove zeri: rappresentano aziende che, messe insieme, danno lavoro a oltre 2 milioni di persone. Amazon, fondata da Jeff Bezos, impiega circa 1,5 milioni di lavoratori nel mondo. Tesla e SpaceX, sotto la guida di Musk, danno occupazione a più di 150 mila persone. LVMH, l’impero del lusso di Bernard Arnault, conta 215 mila dipendenti. Oracle e Meta, rispettivamente guidate da Ellison e Zuckerberg, ne impiegano oltre 235mila in totale. Sono queste realtà imprenditoriali, nate dal rischio, dalla visione e dal merito individuale, che generano stipendi, opportunità e innovazione. Il capitalismo, tanto odiato da certi ambienti, ha tirato fuori dalla povertà più persone di qualsiasi esperimento socialista mai tentato. Il comunismo ha diviso la miseria; il mercato, seppur imperfetto, ha moltiplicato il benessere.

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Il nodo è culturale. L’Italia soffre da decenni di un’ideologia egualitaria malintesa, che non distingue tra eguaglianza di diritti e eguaglianza di esiti. Tutti devono avere le stesse opportunità, certo. Ma i risultati – e i privilegi che ne derivano – sono giustamente diversi, perché frutto di impegno, intelligenza, sacrificio e, talvolta, fortuna.

Un sistema giusto non è quello in cui tutti vivono allo stesso livello, ma quello in cui chi produce di più ha più responsabilità, più libertà e più influenza. Come ha sempre fatto la politica, ascoltando chi dà lavoro a migliaia di persone, dalla Fiat di Gianni Agnelli ad Amazon oggi.

Cazzullo evoca “Squid Game” per denunciare la crudeltà del capitalismo. Ma la vera distopia è un mondo dove chi crea ricchezza viene demonizzato, mentre chi pretende senza contribuire viene celebrato.

“Benicomunismo” o l’altra faccia del comunismo

Cazzullo si chiede quale turismo vogliamo: quello dei Vip o quello del “ceto medio colto”? Ma perché porre la questione in termini classisti? Il turismo, come ogni altro settore, trae beneficio da tutte le fasce: dai miliardari che spendono milioni, ai giovani con lo zaino in spalla. L’importante è che vi sia libertà di accesso, libertà di impresa e rispetto delle regole.

La democrazia non consiste nel trattare tutti allo stesso modo in ogni situazione, ma nel garantire a ciascuno il diritto di perseguire la propria felicità. Chi confonde questo con l’egualitarismo assoluto, sta descrivendo un sistema che si chiama comunismo. E la storia ci ha già mostrato dove porta.

Il concetto di “benicomunismo, con la sua retorica giuridica e politica, si presenta come una soluzione apparentemente progressista, ma in realtà rappresenta una pericolosa distorsione delle dinamiche sociali ed economiche. Proponendo un’ideale di gestione collettiva dei beni, questo movimento si inserisce in un discorso che, purtroppo, non è solo inefficace ma anche controproducente.

A un primo sguardo, il benicomunismo sembra una reazione legittima contro la privatizzazione selvaggia delle risorse comuni, una critica alla mercificazione della natura e dei diritti. Tuttavia, sotto la superficie, questa visione si rivela come un groviglio ideologico che spinge verso l’idea di un controllo collettivo e burocratico che non fa altro che sostituire una forma di monopolio con un altro, portando a un appiattimento delle differenze e alla soppressione di qualsiasi forma di vera libertà. È come se si volesse imporre una visione utopistica della condivisione, che però si traduce in un paradossale ritorno all’egualitarismo forzato, con una conseguente soppressione delle disuguaglianze che potrebbero stimolare la crescita individuale e collettiva.

In fondo, il benicomunismo, lungi dal promuovere la libertà e la diversità, si limita a creare un sistema in cui l’uniformità diventa un valore per sé, ma un valore che sacrifica la libertà individuale e l’innovazione sociale. Insomma, leggetevi Milton Friedman e smettete di rompere le balle con le vostre comunistate.

Il vero problema? L’Italia non crede più in se stessa

Mentre ci scandalizziamo per la festa di Bezos, dovremmo chiederci: perché in Italia non nascono più imprenditori di quel calibro? Perché da noi chi si arricchisce viene guardato con sospetto, ostacolato dalla burocrazia e tartassato dal fisco?

Come dice Nicola Porro, “il liberalismo è ancora un tabù”. In un Paese in cui le scuole parlano solo di diritti e mai di merito, dove il successo economico è visto come una colpa, e dove la settimana corta viene prima della voglia di competere, è normale che non si capisca Bezos.

Ma il punto è proprio questo: non è lui il problema. Siamo noi.

Prima postilla

La prossima volta che vi troverete indignati davanti a un miliardario che affitta Venezia per poche ore, fatevi una domanda: e io cosa sto costruendo? La vera uguaglianza non è impedire agli altri di volare, ma creare le condizioni perché più persone imparino a spiccare il volo.

Seconda postilla

In realtà, quella di vivere in un mondo di beni comuni è solo un’illusione. Per entrare a Venezia da turisti servono 5 euro, per entrare nel Duomo di Milano se non si è cristiani che assistono alle funzioni o milanesi, bisogna pagare. Bisogna pagare anche per entrare al Louvre, al British Museum e agli scavi di Pompei perché questi patrimoni dell’umanità non si reggono da soli ma devono essere costantemente tutelati. Casomai, italiani, francesi e britannici (negli esempi in questione) dovrebbero porsi un’altra domanda: perché devono pagare con le loro tasse il mantenimento di qualcosa che dovrebbe essere sovvenzionato dai fruitori? Ecco, il comunismo toglie il diritto a una sana ignoranza in nome dell’indottrinamento. Essere liberali significa anche tollerare che la Gioconda possa non piacerti. Ultimo ma non meno importante: prenotando per tempo, scegliendo soluzioni economiche come treni e autobus, tutti possiamo usufruire di questa bellezza. Il comunismo ce lo impedirebbe. Potete starne certi.

Enrico Foscarini, 1 luglio 2025

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