L'ANALISI

Manovra, serve una riforma contro il fiscal drag

Gli aumenti di stipendio finiscono in tasse e bonus persi. Per uscire dal paradosso in manovra serve una riforma fiscale che premi chi lavora e sostiene la crescita

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giorgetti meloni

Negli ultimi anni, l’Italia si trova in un paradosso fiscale: aumentare gli stipendi non sempre significa guadagnare di più. Tra drenaggio fiscale, perdita di bonus e maggiore pressione Irpef, molti lavoratori si ritrovano con un potere d’acquisto reale identico – se non inferiore – rispetto a prima. Si tratta di un argomento che la prossima manovra di bilancio dovrà affrontare.

Il fenomeno, infatti, non solo mina la fiducia dei cittadini nel sistema, ma rischia di rallentare i consumi e, con essi, l’intera economia.

Il nodo del drenaggio fiscale

Il cosiddetto fiscal drag è il cuore del problema. Gli stipendi crescono – spesso solo per inseguire l’inflazione – ma le soglie fiscali e quelle per i bonus restano ferme.

Risultato: il reddito lordo sale, ma il netto non cresce, e in molti casi diminuisce. Una distorsione che, come certificato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, ha generato un extra-gettito per lo Stato stimato in 25 miliardi di euro tra il 2022 e il 2024.

Bonus e detrazioni: un sistema che penalizza chi produce

Il sistema italiano di bonus e detrazioni, nato per aiutare le fasce di reddito medio-basse, oggi produce un effetto perverso: chi supera di poco certe soglie non solo paga più Irpef, ma perde anche i benefici aggiuntivi.

Così, l’adeguamento salariale, già insufficiente per compensare l’inflazione, viene eroso da un fisco che non si muove con il costo della vita.

Un problema di crescita, non solo di giustizia fiscale

Questo non è soltanto un problema di equità, ma di prospettiva economica. Se ogni aumento diventa un boomerang, si disincentiva il lavoro, la produttività e la mobilità sociale.

Il rischio? Alimentare una dipendenza dai sussidi e dai bonus, trasformando misure emergenziali in strumenti strutturali di parassitismo economico.

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Verso una vera riforma fiscale

Il dibattito politico in vista della prossima manovra si concentra su ritocchi e correttivi, ma servirebbe molto di più. Tre sono i punti chiave per una riforma credibile:

  • Indicizzazione delle soglie fiscali all’inflazione, per evitare che l’aumento nominale degli stipendi si traduca in tasse occulte.
  • Semplificazione del sistema di bonus e detrazioni, per renderlo meno distorsivo e più trasparente.
  • Riduzione delle aliquote marginali effettive, per incentivare il lavoro e la produttività.

In questo contesto, anche l’ipotesi di una flat tax modulata – o di una tassazione con scaglioni meno penalizzanti – non dovrebbe essere vista come un’eresia, ma come una possibile via per rendere il sistema più equo e sostenibile.

Il rebus manovra

Se l’Italia vuole davvero sostenere la crescita, non può continuare a finanziare i conti pubblici spremendo i redditi da lavoro dipendente.

In manovra la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti devono pensare a una riforma che premi chi produce, che protegga il ceto medio – già gravato da un carico fiscale sproporzionato – e che interrompa il circolo vizioso che oggi scoraggia impegno, produttività e mobilità sociale.

Enrico Foscarini, 1 settembre 2025

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