IL REPORT

Il sommerso cresce più del Pil

Nel 2023 il sommerso in Italia ha superato i 217 miliardi e il lavoro irregolare tocca 3 milioni di occupati

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euro sommerso

Quando si parla di “economia non osservata”, il pensiero corre subito al sommerso, all’evasione, al lavoro irregolare. Ma i numeri pubblicati dall’Istat per il 2023 raccontano qualcosa di più profondo: un pezzo consistente dell’economia italiana continua a vivere fuori dai radar ufficiali, e addirittura cresce più velocemente dell’economia legale.

Un decimo della ricchezza italiana resta invisibile

Nel 2023, l’economia non osservata ha raggiunto i 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil. È una cifra enorme: significa che più di un decimo della ricchezza prodotta in Italia sfugge ancora alle statistiche e al fisco.

L’incidenza è rimasta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (10,1%), ma ciò che colpisce è la dinamica di crescita. Mentre il Pil nominale è aumentato del 7,2%, l’economia sommersa è cresciuta dell’8,2%. In altre parole: il “nero” corre più del “bianco”.

Il motore del sommerso: lavoro irregolare e sotto-dichiarazione

La parte più consistente dell’economia non osservata è quella sommersa, che nel 2023 ha toccato quasi 198 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil. Dentro questa cifra ci sono due mondi: da una parte la sotto-dichiarazione di redditi e attività, dall’altra il lavoro irregolare. Quest’ultimo è cresciuto a ritmi impressionanti: +11,3% in un solo anno, raggiungendo un valore aggiunto di 77,2 miliardi di euro. Le unità di lavoro irregolari sono ormai oltre 3 milioni, con un tasso di irregolarità che sale al 12,7%. Numeri che, più di ogni analisi, raccontano la difficoltà strutturale del nostro mercato del lavoro: precario, frammentato, spesso privo di tutele.

Le attività illegali pesano 20 miliardi

Più contenuta la crescita delle attività illegali (droga, prostituzione, contrabbando di tabacco), che valgono circa 20 miliardi di euro e incidono per lo 0,9% sul Pil. La loro crescita nel 2023 è stata appena dell’1%, segno di un comparto che si muove con minore elasticità rispetto al sommerso legato al lavoro e alla produzione.

I settori dove il sommerso è più radicato

Il fenomeno del lavoro irregolare non colpisce tutti allo stesso modo. Alcuni comparti economici risultano molto più esposti. Nei servizi alle persone, il 32,4% del valore aggiunto è prodotto da lavoro non regolare. Nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, l’incidenza è del 18,8%.

Seguono le costruzioni (16,5%) e l’agricoltura (14,9%), dove la quota irregolare è quasi totalmente dovuta all’impiego di manodopera non contrattualizzata. Sono settori ad alta intensità di lavoro, spesso stagionali o a basso margine, in cui la spinta verso l’irregolarità diventa quasi un meccanismo di sopravvivenza.

Un fenomeno strutturale

Il quadro tracciato dall’Istat non è quello di un’anomalia temporanea, ma di una componente strutturale. L’economia non osservata cresce con l’economia legale, e talvolta anche più in fretta. Gli strumenti di contrasto – dal potenziamento dei controlli all’uso dei dati digitali per tracciare flussi e redditi – faticano a stare al passo.

L’economia sommersa non è solo il riflesso di illegalità e opportunismo, ma anche il sintomo di un sistema fiscale e burocratico tra i più pesanti d’Europa.
Per molte microimprese e attività autonome, muoversi ai margini della legalità è spesso una strategia di sopravvivenza, più che una scelta deliberata. Questo non giustifica chi evade sistematicamente, ma impone di riconoscere che la pressione fiscale e l’eccesso di adempimenti restano tra le cause strutturali del problema.

Finché il costo di stare “nel sistema” sarà percepito come insostenibile, una parte dell’economia italiana continuerà a restare nell’ombra, a metà tra necessità e convenienza.

Enrico Foscarini, 17 ottobre 2025

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