
L’asse commerciale tra Stati Uniti e Argentina rischia di incidere sugli equilibri dell’agroalimentare europeo proprio mentre l’Europa si prepara a dare attuazione all’intesa con il Mercosur. L’accordo bilaterale Arti, promosso dal presidente argentino Javier Milei, prevede l’eliminazione di dazi fino al 28% su diversi prodotti lattiero-caseari statunitensi e il riconoscimento di 39 denominazioni come “nomi comuni”, dal Parmesan al Gorgonzola. Secondo Coldiretti e Filiera Italia, si tratta di un passaggio che rischia di svuotare la protezione prevista per 57 eccellenze europee a indicazione geografica.
In concreto, i produttori americani potranno esportare in Argentina utilizzando denominazioni che richiamano specialità italiane senza violare alcuna tutela giuridica locale. Una liberalizzazione che solleva interrogativi anche sulla tenuta dell’accordo tra Bruxelles e il Mercosur: se uno dei partner apre alla diffusione delle imitazioni, quale sarà l’effettiva protezione garantita ai prodotti europei?
Libero scambio sì, ma con regole chiare
Tra gli operatori del settore non manca chi sostiene la necessità di ampliare i mercati, ma chiede condizioni competitive equilibrate. Antonio Auricchio, presidente del Consorzio del Gorgonzola e imprenditore del settore, osserva che “se io sono alleato con uno, non mi può mettere i dazi. Che senso ha pagare un dazio a un alleato?”, ricordando di essere “sempre molto favorevole agli accordi di libero scambio”. Proprio per questo non condivide le “sceneggiate contro il Mercosur”: “Io sono favorevole a qualsiasi cosa apra mercati, perché l’estero è determinante”.
Il nodo resta però la tutela delle denominazioni. “Io mi arrabbio come un puma quando vado negli Stati Uniti e vedo Gorgonzola. Come Gorgonzola? Io sono presidente del Gorgonzola Dop. Perché non l’avete protetto?”, racconta, sottolineando che il consumatore medio spesso non distingue tra originale e imitazione: “Non c’è scritto Dop, ma quante persone sanno cos’è la Dop?”. Il rischio, secondo l’imprenditore, è perdere quote di mercato proprio a causa di condizioni competitive sbilanciate: “Senza dazi loro avranno una corsia preferenziale e noi perderemo mercato. Con i dazi siamo fregati”.
Mercosur, opportunità e ritardi europei
Il tema non riguarda solo l’Argentina. Auricchio evidenzia come l’Europa abbia esitato troppo a lungo sull’accordo con il Mercosur: “Il treno quando passa bisogna prenderlo, perché dopo tre minuti parte”. L’apertura dei mercati resta fondamentale per un Paese esportatore come l’Italia, che non può assorbire internamente l’intera produzione agroalimentare: “Va bene il Mercosur, va bene l’America, va bene l’Asia”. Ma, aggiunge, servono condizioni di reciprocità: “Tra alleati non ci si prende a martellate”.
Non manca una critica alle istituzioni europee guidate da Ursula von der Leyen, accusate da parte delle organizzazioni agricole di aver negoziato accordi percepiti come sbilanciati. Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, parla di “un colpo durissimo” perché “l’intesa commerciale stipulata tra Usa e Argentina che apre il mercato sudamericano ai falsi a stelle e strisce, cancella di fatto la protezione accordata dal Mercosur alle eccellenze a indicazione d’origine italiane ed europee, compromettendo l’intesa”.
Italian sounding e concorrenza globale
Gli Stati Uniti restano il principale produttore mondiale di Italian sounding, con un valore che supera i 40 miliardi di euro e una forte presenza proprio nel comparto caseario. Si tratta di prodotti che evocano l’origine italiana senza esserlo, sottraendo quote di mercato alle imprese autentiche. Auricchio racconta di aver visto “real provolone italian style” prodotto nel Wisconsin e formaggi chiamati grana padano in Sud America “che non c’entrano niente”, mentre la sua attività negli ultimi anni è stata quella di “proteggere il termine Gorgonzola in più di 90 Paesi sovrani”, pur ammettendo che “negli Stati Uniti e in Brasile non possiamo più farci niente”.
Le sfide del settore
Il 2025 del Gorgonzola mostra un quadro misto: produzione in crescita, export in valore positivo ma volumi leggermente in calo, con mercati come Germania e Giappone più deboli. “Quando il tedesco è in crisi mangia wurstel e crauti e non compra più parmigiano”, sintetizza Auricchio, indicando tra le cause anche i prezzi elevati legati all’impennata del costo del latte: “Quando i prodotti sono così cari hai meno consumatori. Devi fare un prodotto eccellente a un prezzo importante, ma non troppo importante”.
A sorpresa, a fine 2025 si è registrato anche un calo del prezzo del latte italiano: “Una situazione che non mi aspettavo, ci ha preso in contropiede”. La risposta, secondo l’imprenditore, è duplice: “Non diminuire neanche di un milligrammo la qualità” e rafforzare la collaborazione lungo tutta la filiera, perché “il divide et impera è quello che ci fa soffrire. Dobbiamo essere tutti uniti, agricoltori, industria, politica e distribuzione, perché i nostri consumatori sono i nostri angeli custodi”.
Il valore simbolico del cibo italiano nel mondo
L’agroalimentare resta uno dei principali veicoli di reputazione internazionale del Paese. Auricchio conclude con un’immagine efficace: “Forse una delle cose più belle che fa l’Italia è la Ferrari, ma quanti possono permettersela? Invece tutti possono comprare parmigiano, gorgonzola, provolone, mortadella. I veri ambasciatori dell’italianità nel mondo sono i prodotti alimentari. E sono opere d’arte”.
Enrico Foscarini, 15 febbraio 2026
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