MELONI BEFFATA

Schiaffo di Bruxelles a Roma, l’Agenzia doganale va in Francia

È Lille e non Roma ad aggiudicarsi la sede della nuova istituzione Ue. Premiato Macron nonostante la collaborazione del governo italiano

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Alla fine la sede della nuova Agenzia doganale europea sarà a Lille e non a Roma, e la sensazione che resta è quella di un ennesimo schiaffo in faccia all’Italia arrivato da Bruxelles. La sfida si è decisa all’ultimo voto, con la capitale italiana arrivata in finale dopo una rimonta inattesa su nove candidature, ma ancora una volta la partita è finita con una vittoria francese e con l’amaro in bocca per chi aveva creduto in una scelta diversa.

La corsa era partita in salita, ma Roma aveva costruito una candidatura solida, concreta e perfino suggestiva, mettendo sul tavolo una sede pronta all’Eur, ristrutturata e senza costi di affitto per i circa 250 funzionari europei che lavoreranno nell’agenzia. Un’offerta competitiva sotto ogni profilo, che avrebbe consentito all’Unione europea di avere una struttura operativa efficiente e immediatamente disponibile, senza gravare sulle casse comunitarie. La Dolce Vita, in questo caso, non è bastata.

Quando decide Bruxelles, vince sempre Parigi

La scelta finale, maturata nella votazione congiunta tra Consiglio e Parlamento europeo, ha premiato Lille soprattutto grazie al peso degli Stati membri. E qui emerge il vero nodo politico: quando si tratta di assegnare sedi strategiche, l’asse franco-tedesco continua a dettare le regole del gioco, lasciando agli altri il ruolo di comprimari, anche quando mettono sul tavolo proposte migliori o più convenienti.

Il relatore del Parlamento europeo Dirk Gotink ha spiegato che “la Francia è una delle principali nazioni doganali d’Europa” e che “la posizione strategica di Lille la rende il centro naturale per questa autorità”, sottolineando come la scelta invii “un segnale chiaro: la Francia sarà centrale per il futuro della nostra Unione doganale”. Una motivazione che suona più politica che tecnica e che conferma come le decisioni europee continuino a essere guidate da equilibri di potere consolidati.

L’Italia collabora, ma Bruxelles non ricambia

Il dato che colpisce di più è che Roma negli ultimi anni ha scelto una linea di collaborazione con le istituzioni europee, sostenendo molte delle principali politiche della Commissione guidata da Ursula von der Leyen anche in una situazione politica complessa, con una maggioranza di governo che non coincide con quella comunitaria. Un atteggiamento pragmatico, che avrebbe meritato almeno un riconoscimento politico.

Invece la risposta è stata l’ennesima decisione sfavorevole, che rafforza la sensazione diffusa tra molti osservatori: l’Italia continua a “portare l’acqua con le orecchie”, lavorando per tenere in piedi gli equilibri europei senza ricevere in cambio lo stesso livello di attenzione quando si tratta di scelte concrete e strategiche.

Un’agenzia chiave che pesa sull’economia europea

La nuova Agenzia doganale europea non è un dettaglio burocratico ma uno dei pilastri della riforma del sistema doganale dell’Unione. La Commissione ha spiegato che la riforma rafforzerà i controlli alle frontiere e creerà un sistema digitalizzato più semplice ed efficiente per il commercio internazionale, sottolineando che l’Euca sarà “un elemento chiave per consentire all’Unione doganale di agire in modo unitario” e coordinerà la gestione dei rischi legati al commercio elettronico e ai nuovi scenari geopolitici.

In altre parole, si tratta di un centro nevralgico per il futuro del commercio europeo, con ricadute dirette sulla competitività industriale e sulla sicurezza economica del continente. Proprio per questo la scelta della sede ha un valore politico oltre che operativo, e il fatto che sia finita ancora una volta in Francia pesa più di quanto Bruxelles voglia ammettere.

Roma in finale, ma la partita è sempre la stessa

Resta la soddisfazione di essere arrivati fino all’ultimo round, come dimostrano le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che in mattinata spiegava che “Roma è in finalissima”, e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, convinto che sarebbe stato “un buon segnale per il mondo produttivo del nostro Paese”. Segno che il governo ha giocato la partita fino in fondo, senza rinunciare a difendere una candidatura credibile.

Ma il risultato finale racconta una storia già vista: quando a Bruxelles si distribuiscono le carte, Francia e Germania continuano a giocare con il mazzo in mano, mentre l’Italia resta spesso a inseguire. Non è solo una questione di prestigio o di simboli, ma di peso politico e di capacità di incidere nelle decisioni che contano davvero.

E così, ancora una volta, Roma torna a casa con una stretta di mano e con la promessa di una collaborazione europea che sulla carta è sempre paritaria, ma che nei fatti continua a premiare sempre gli stessi. Uno schiaffo che fa rumore perché arriva dopo una partita giocata bene e fino all’ultimo, e che alimenta una domanda sempre più diffusa: quanto conviene continuare a portare l’acqua a Bruxelles se Bruxelles non restituisce nulla in cambio?

Enrico Foscarini, 26 marzo 2026

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