
La vendita dell’Airbus A340, meglio noto come Air Force Renzi, alla cifra simbolica di un euro non è soltanto una curiosità contabile. È la rappresentazione plastica di come l’intervento pubblico, quando ignora i criteri di mercato, finisca per produrre sprechi sistemici e distruzione di valore.
Il quadrimotore, utilizzato pochissime volte per missioni istituzionali e citato moltissimo nel dibattito politico, è stato ceduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia nell’ambito del maxi-accordo siglato nella primavera del 2023. Un’intesa (come rivelato dal Corriere della Sera) approvata anche a livello politico che ha previsto, come emerso nei giorni scorsi, l’erogazione di “centinaia di milioni di euro” a favore dell’amministrazione straordinaria dell’ex compagnia di bandiera.
Da simbolo del potere a relitto a Fiumicino
L’Air Force Renzi non vola dall’estate del 2018. Da allora è rimasto parcheggiato a Roma Fiumicino, a poca distanza dagli hangar di manutenzione, perdendo progressivamente ogni abilitazione al volo. Oggi non è più un aeromobile, ma un insieme di componenti destinati a essere venduti separatamente al miglior offerente.
Secondo fonti vicine ai commissari, la dismissione dei pezzi potrebbe avvenire nelle prossime settimane. Non è escluso che l’A340 sia l’ultimo asset residuo di Alitalia, chiudendo definitivamente uno dei capitoli più costosi e controversi della storia industriale italiana.
Un’operazione fuori mercato fin dall’origine
Quando il progetto prende forma, nel 2014, l’obiettivo dichiarato è dotare lo Stato di un velivolo capace di coprire lunghe tratte intercontinentali senza scali tecnici. Gli Airbus A319 dell’Aeronautica Militare non sono sufficienti e la scelta cade su un Airbus A340-500, un modello già allora giudicato inefficiente per consumi e costi di gestione.
Il risultato è una costruzione contrattuale tortuosa: un leasing tra Etihad e Alitalia e un sub-leasing tra Alitalia e il ministero della Difesa. Il costo complessivo dell’operazione supera i 300 milioni di euro, con un impegno pluriennale che avrebbe vincolato lo Stato per otto anni. Una cifra che, come emerso da successive consulenze tecniche, sarebbe stata nettamente superiore al costo di un acquisto diretto del velivolo sul mercato dell’usato.
In altre parole, lo Stato ha scelto la formula più costosa possibile, ignorando valutazioni indipendenti che stimavano il valore reale dell’aereo tra i 20 e i 30 milioni di dollari. Cifre evidenziate da una consulenza tecnica acquisita dalla Procura di Civitavecchia che aveva indagato sulla vicenda. In buona sostanza, vista la necessità di quel tipo di velivolo, lo si sarebbe potuto acquistare senza ricorrere a un costosissimo noleggio a prezzi fuori mercato.
Il conto finale pagato dai contribuenti
Nel 2018 il governo Conte I decide di interrompere l’operazione. Dopo appena 88 voli istituzionali, i contratti vengono annullati e l’Air Force Renzi dovrebbe rientrare ad Abu Dhabi. Non accade. L’aereo resta fermo in Italia, mentre Etihad avvia un contenzioso amministrativo poi conclusosi senza esiti sostanziali.
Quando smette di volare, nel giugno 2018, il valore di mercato dell’A340 è stimato in 3,43 milioni di euro. Oggi, come aeromobile completo, vale zero. Il 17 maggio 2023, davanti a un notaio romano, viene firmato l’atto di compravendita: il prezzo concordato è “la somma complessiva simbolica di euro 1,00”, comprensiva di motori, documentazione e accessori.
Air Force Renzi come paradigma dell’inefficienza pubblica
La cessione non genera nuove perdite per lo Stato, ma non cancella il danno già prodotto. Dai bilanci dei commissari non emergono più poste passive legate al noleggio, ma resta il giudizio politico ed economico su un’operazione che ha trasferito ricchezza dai contribuenti a una gestione opaca, priva di reali incentivi all’efficienza.
L’Air Force Renzi diventa così un caso di scuola: un progetto nato per ragioni di prestigio politico, costruito senza disciplina di mercato, difeso in nome dell’urgenza istituzionale e concluso con un valore residuo simbolico. Un euro, appunto. Quanto basta per ricordare che quando lo Stato fa l’imprenditore, quasi mai lo fa bene.
Enrico Foscarini, 18 gennaio 2026
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