L'ANALISI

Aiuti alle famiglie: per le “povere” 35 miliardi, per gli altri niente

Nel 2026 boom di sostegni per i redditi bassi. Bonus, assegni e Isee riformato, ma il welfare resta costoso, poco efficace e dedicato solo a chi non paga le tasse

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Nel 2026 la spesa pubblica destinata agli aiuti alle famiglie toccherà quota 35 miliardi di euro, tra assegno unico, bonus bollette, sconti fiscali e nuove agevolazioni legate alla riforma dell’Isee. Una cifra imponente, che conferma come il welfare familiare sia diventato uno dei principali capitoli di spesa dello Stato. Eppure, dietro l’aumento delle risorse, restano irrisolti i nodi strutturali di un sistema che continua a distribuire denaro senza incidere davvero su natalità, occupazione e crescita.

L’assegno unico universale assorbe da solo oltre 20 miliardi, raggiungendo quasi sei milioni di nuclei. A questo si sommano il potenziamento del bonus mamme, il rifinanziamento della Carta Dedicata a te, l’estensione dei congedi parentali e il debutto del bonus Tari. Un mosaico di misure che si stratifica anno dopo anno, alimentando un welfare sempre più complesso e costoso.

La riforma dell’Isee amplia la platea, non l’efficacia

La riforma dell’Isee, presentata come uno strumento di maggiore equità, modifica franchigie e scale di equivalenza per cinque prestazioni chiave. L’innalzamento della soglia sulla prima casa e i coefficienti più favorevoli per i nuclei con figli aumentano automaticamente il numero dei beneficiari. Il costo stimato è di circa 500 milioni di euro, destinati quasi interamente a sostenere importi più alti dell’assegno unico.

Il problema, però, non è tanto l’ampliamento della platea quanto la mancanza di una verifica rigorosa dei reali bisogni. Come ha osservato Alberto Brambilla sull’Economia del Corriere della Sera, l’assistenza legata all’Isee costa ormai 180 miliardi e viene distribuita a una platea amplissima, spesso senza controlli efficaci. Il rischio è che il sistema continui a favorire chi sa muoversi tra bonus e agevolazioni, lasciando ai margini chi lavora, produce reddito e sostiene il carico fiscale.

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Bonus e sussidi non sostituiscono il lavoro

Il governo rivendica di aver concentrato gli interventi sul lavoro femminile, sostenendo che “il senso della libertà nella scelta di un figlio” passa da misure come congedi e bonus nido. Ma i dati mostrano che la rinuncia alla genitorialità è legata soprattutto a fattori economici, dalla precarietà lavorativa ai bassi salari. In questo contesto, aumentare i trasferimenti monetari senza intervenire su produttività, costo del lavoro e fiscalità rischia di essere poco più di un palliativo.

L’estensione dei congedi parentali fino ai 14 anni e l’aumento delle indennità hanno certamente ampliato l’utilizzo dello strumento, ma continuano a favorire chi ha redditi stabili e contratti solidi. Chi è precario o sottopagato resta escluso, confermando che il welfare italiano tende a proteggere chi è già relativamente tutelato.

Un welfare che pesa sui conti pubblici e sui contribuenti

Il paradosso è che mentre la spesa previdenziale viene spesso indicata come il problema dei conti pubblici, è la spesa assistenziale a crescere senza freni. Le pensioni, al netto dell’Irpef, risultano persino in attivo, mentre bonus e assegni si moltiplicano senza una strategia di uscita. Il risultato è un sistema che redistribuisce risorse in modo opaco, scaricando il peso su una base contributiva sempre più ristretta.

In assenza di una revisione complessiva, i 35 miliardi per le famiglie rischiano di diventare l’ennesima dimostrazione di un welfare che preferisce distribuire consenso nel breve periodo piuttosto che creare le condizioni per crescita, occupazione e autonomia. Senza più lavoro, meno tasse e controlli seri sull’assistenza, il rischio è che l’aumento della spesa non produca né più figli né più benessere, ma solo un debito più alto per le generazioni future.

Enrico Foscarini, 12 gennaio 2026

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