L’annuncio del fermo dell’autotrasporto, previsto da domani fino a venerdì 24 aprile per cinque giorni, è solo l’ultimo segnale di un settore ormai allo stremo. Non si tratta più di proteste isolate, ma del sintomo evidente di una crisi strutturale che rischia di travolgere l’intero comparto della logistica italiana.
A lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre, che fotografa una situazione sempre più critica. Secondo l’analisi, un’impresa su cinque rischia di chiudere entro la fine dell’anno, schiacciata da una crisi di liquidità che non lascia margini di manovra. Se il prezzo del diesel dovesse restare sopra i due euro al litro fino al 2026, molti piccoli autotrasportatori saranno costretti a “gettare definitivamente la spugna”.
I numeri sono impietosi. Su oltre 67mila imprese attive nel settore, più di 13mila potrebbero scomparire entro pochi mesi. Non è solo una questione di camion fermi, ma di un intero sistema economico che rischia di bloccarsi, con conseguenze dirette su occupazione e distribuzione delle merci.
Perché il caro diesel mette in crisi l’autotrasporto
Per chi osserva dall’esterno, l’aumento del carburante potrebbe sembrare un costo facilmente trasferibile ai clienti. In realtà, per le imprese di autotrasporto la situazione è ben diversa. Il gasolio rappresenta circa il 30% dei costi operativi, rendendo ogni aumento immediatamente critico.
Il problema è aggravato dai contratti a lungo termine, spesso con tariffe fissate mesi prima. Quando il prezzo del diesel aumenta rapidamente, come accaduto negli ultimi mesi, l’intero rincaro resta sulle spalle del trasportatore. Questo squilibrio rende sempre più difficile mantenere la sostenibilità economica dell’attività.
Diesel alle stelle: pieno sempre più caro
Il prezzo del diesel ha raggiunto livelli record, con una media di 2,135 euro al litro. Nonostante il taglio delle accise, l’aumento rispetto all’inizio del conflitto nel Golfo è stato del 24%, mentre rispetto alla fine del 2025 si arriva a un +30,6%.
Per un Tir con serbatoio da circa 500 litri, fare il pieno costa oggi oltre 1.000 euro. Questo significa oltre 200 euro in più rispetto a poche settimane fa e circa 250 euro in più rispetto a fine anno. Su base annua, il costo può arrivare a quasi 77mila euro, con un incremento vicino ai 17.500 euro rispetto al 2025.
Crisi di liquidità: il vero nodo del settore
Oltre al caro carburante, il problema più grave è la gestione dei flussi di cassa. Gli autotrasportatori pagano il carburante subito, mentre i pagamenti dei clienti arrivano dopo 60, 90 o addirittura 120 giorni.
Questo squilibrio crea una situazione definita dagli operatori come una vera e propria “fame di liquidità”. Le aziende anticipano continuamente denaro per lavorare, ma recuperano i costi troppo tardi. Anche chi ha commesse rischia di fermarsi per mancanza di risorse immediate.
Il paradosso del taglio delle accise
Le misure adottate dal Governo hanno prodotto effetti contraddittori. Il taglio delle accise, pensato come un aiuto, si è trasformato in un problema per gli autotrasportatori. Il motivo è che il rimborso sulle accise, di cui beneficiano, si riduce proporzionalmente.
In pratica, lo sconto alla pompa neutralizza il vantaggio fiscale. Inoltre, il mercato ha rapidamente assorbito la riduzione, riportando i prezzi su livelli elevati. Il risultato è una situazione che molti operatori definiscono “una beffa in piena regola”.
Committenti e tensioni sui contratti
A complicare ulteriormente il quadro c’è il comportamento dei committenti. Molti autotrasportatori segnalano difficoltà nell’applicazione delle clausole di adeguamento del carburante.
In alcuni casi queste vengono negate completamente, in altri riconosciute solo in parte. Questo significa che i costi aumentano, ma i ricavi non seguono lo stesso ritmo, aggravando ulteriormente la crisi del settore.
Un declino che dura da anni
La crisi attuale si inserisce in una tendenza negativa già in atto da tempo. Negli ultimi dieci anni, il numero di imprese di autotrasporto in Italia è diminuito di oltre 19mila unità, pari a un calo del 22,2%.
Alcune regioni, come Valle d’Aosta, Marche e Lazio, hanno registrato le contrazioni più significative. Tuttavia, questo processo ha anche portato a una maggiore concentrazione delle imprese, con un aumento della dimensione media e della produttività.
Le città con più imprese e quelle più colpite
Nel 2025, Napoli si conferma la provincia con il maggior numero di imprese di autotrasporto, seguita da Milano, Roma, Torino e Salerno. Queste cinque realtà rappresentano oltre il 20% del totale nazionale.
Sul fronte opposto, Imperia registra la contrazione più forte nell’ultimo decennio, seguita da Roma e Ancona. Un segnale chiaro di come la crisi abbia colpito in modo diffuso ma con intensità diverse sul territorio.
Un settore al bivio
Il fermo di cinque giorni rappresenta un segnale forte e inevitabile. Non è solo una protesta, ma la richiesta urgente di interventi strutturali. Senza misure efficaci su costi energetici e liquidità, il rischio è quello di assistere al collasso di un settore strategico per l’economia italiana.
E come avverte l’analisi della Cgia di Mestre, “non si tratta solo di camion che si fermano, ma di un intero sistema che rischia di implodere”.
Enrico Foscarini, 19 aprile 2026
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