BCE: “l’inflazione non è ancora sotto controllo”

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L’inflazione nell’area Euro comincia a dare segnali di raffreddamento, seppur mantenendosi su livelli estremamente elevati. Il dato spagnolo, pubblicato il 30 Dicembre, mostra una decelerazione dal 6,8% al 5,8%. Sebbene sia anche il risultato di fattori specifici del paese cugino (come l’“eccezione iberica” per l’energia e lo sconto di 20 centesimi sul carburante), di certo anticipa un’analoga evoluzione nel resto del continente, peraltro già iniziata a Novembre.

Tuttavia non è tutt’oro quel che luccica. In Spagna infatti l’inflazione nucleo (che esclude prodotti energetici e alimentari non elaborati) ha continuato la sua ascesa nell’ultimo mese del 2022, arrivando a sfiorare il 7%: percentuale non registrata dal 1992.

E questo è sinonimo di problemi per il futuro.

In primo luogo perché l’inflazione nucleo è quella che più si avverte nel carrello della spesa, oltre a essere quella più “appiccicosa” e difficile da controllare.

In seconda battuta, perché è un indizio di possibili futuri “effetti di seconda battuta”, dovuti all’innalzamento di salari, profitti e pensioni che potrebbe accompagnare un’impennata dell’indice dei prezzi.

Pertanto è più che probabile che la Banca Centrale Europea (BCE) non modificherà il proprio programma di quantitative tightening, basato su riduzione del bilancio della stessa BCE e su aumenti dei tassi di interesse. La necessità di mettere in sicura le aspettative inflazionistiche per evitare una spirale prezzi-salari è ben presente alle autorità monetarie europee, che non vogliono correre il rischio di un riacutizzarsi delle spinte inflattive.

Non va tuttavia dimenticato che  la stretta monetaria potrà ottenere i propri effetti calmieranti sui prezzi solo tramite una compressione della domanda aggregata, cioè obbligando l’economia reale a tirare il freno. E non è chiaro se la BCE stia in realtà facendo la faccia cattiva per cercare di convincere i mercati, mostrando insomma che è pronta a tutto pur di adempiere al proprio mandato, ma poi, al momento della verità, allenterebbe la stretta per dar fiato a un’economia che quest’anno rischia di entrare in recessione.

Sembra comunque improbabile che a Francoforte siano disposti ad accettare tassi di interesse reali negativi ancora per molto, malgrado le pressioni degli stati europei più indebitati. Il “regalo” fatto alle casse pubbliche è già ragguardevole: la BCE ha ingrossato il proprio bilancio arrivando a detenere uno stock di debito pubblico pari al 40% dell’intero debito dei paesi dell’Area Euro, e l’alta inflazione ha ridotto il peso reale di quello stesso debito pubblico. Ma questa manovra è stata pagata da consumatori messi alle strette da prezzi in ascesa e da risparmi e salari che hanno perso buona parte del proprio valore.

Per di più, è necessario sottolineare come permanga un bacino importante di inflazione latente, ossia di inflazione che è già stata creata “strutturalmente” dai programmi di espansione monetaria e che tuttavia non si è ancora manifestata a causa del ritardo con cui l’inflazione dei prezzi reagisce a quella monetaria – dovendo passare attraverso un’espansione creditizia e dunque una domanda aggregata eccedente rispetto alla capacità dell’economia di espandere la produzione. Questa inflazione, che si chiama appunto “latente”, ha ancora un cammino più o meno lungo da compiere: dunque per evitare che si manifesti con tutta la sua forza e che aspettative di inflazione mal ancorate ne agevolino la comparsa, la BCE dovrà continuare a ridurre il proprio bilancio e aumentare i tassi di interessi in misura ragionevolmente aggressiva, anche a costo di provocare un po’ di recessione.

Peraltro, prendere una strada diversa da quella della Fed si tradurrebbe in un deprezzamento dell’euro, con relativa inflazione importata. Non solo, dato che l’euro potrebbe indebolirsi anche nei confronti del renminbi cinese, soprattutto se il rilassamento della misure Covid nel gigante asiatico si tradurrà in un rimbalzo dell’economia del Celeste Impero accompagnato da rivalutazione della valuta locale. Col risultato di un’ulteriore inflazione importata per l’Europa.

Per concludere, il buffet libero del credito a tassi nominali (sotto) zero è finito, e quello dei tassi reali negativi potrebbe avere i mesi contati. E, a dispetto di “sospiri, pianti ed alti lai” che si alzano dai governi di stati iper-indebitati, ci dobbiamo augurare che a Francoforte tengano il timone ben fermo.

Massimo Bassetti, 3 gennaio 2023 

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