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Carta riciclata ed export, il vero nodo è l’energia: parla Assocarta

Il dg di Assocarta Massimo Medugno spiega perché l’export del materiale da riciclare è l’effetto dei costi energetici italiani

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carta riciclata assocarta

L’Italia è uno dei Paesi europei che ha spinto di più sull’economia circolare della carta, costruendo una filiera industriale capace di raggiungere in anticipo gli obiettivi comunitari di riciclo. Secondo un recente report di Assocarta, oggi circa il 70% delle materie prime utilizzate dall’industria cartaria nazionale proviene da carta da riciclare, con percentuali ancora più elevate nel comparto degli imballaggi. Se tutta la carta raccolta venisse trattata in Italia, la produttività del settore crescerebbe del 27%, con oltre 1.300 nuovi occupati e un impatto positivo sul Pil stimato in 1,4 miliardi di euro l’anno.

Eppure una parte rilevante di questa materia prima lascia il Paese. Un dato che nel dibattito pubblico viene talvolta letto come una contraddizione o come una resistenza alle regole del mercato. È davvero così? Ne abbiamo parlato con Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta.

Qual è oggi il ruolo della carta da riciclare nel sistema industriale italiano?

“Il nostro è ormai un sistema fondato in larga parte sulle materie prime secondarie. Circa il 70% delle fibre utilizzate dalle cartiere italiane proviene dalla carta da riciclare, il cosiddetto macero, e nel settore degli imballaggi questa percentuale è ancora più alta. Questo significa che la circolarità non è uno slogan, ma un fatto industriale già in atto, che ci consente di raggiungere gli obiettivi europei”.

Eppure una parte della carta raccolta prende la via dell’estero. È un problema o una normale dinamica di mercato?

“L’export non è di per sé un male. Non esiste un tabù sull’esportazione. Il punto è capire perché avviene. Oggi una quota della carta raccolta finisce soprattutto in Asia perché gli impianti italiani non riescono a lavorare a pieno regime. Se potessero farlo, come è accaduto nel 2022 durante il periodo post-Covid, quella carta verrebbe utilizzata qui, lasciando il valore sul territorio”.

Quindi non è una critica al mercato, ma alle condizioni in cui il mercato opera?

“Esattamente. Non stiamo chiedendo di bloccare le esportazioni né di introdurre meccanismi dirigisti. Stiamo dicendo che esiste un problema strutturale di competitività. Se il costo dell’energia fosse allineato a quello dei nostri concorrenti europei, le cartiere italiane sarebbero più competitive, utilizzerebbero più carta da riciclare e il sistema sarebbe automaticamente più circolare”.

L’energia è davvero il nodo principale?

“Sì, ed è un tema che va oltre il nostro settore. L’industria cartaria è energivora per definizione e il costo dell’energia può incidere dal 20 al 30% sul prezzo finale della carta. In Paesi come Germania o Spagna questo costo è sensibilmente più basso. Se poi guardiamo a realtà extraeuropee come la Turchia, che competono sui nostri mercati, il divario diventa ancora più evidente”.

In questo quadro rientra anche il tema ambientale?

“Certamente. Il paradosso è che spesso esportiamo carta da riciclare che viene trasformata in Paesi con standard ambientali e sociali molto più bassi dei nostri. Quella carta poi rientra in Europa sotto forma di prodotto finito. Dal punto di vista ambientale, considerando anche le migliaia di chilometri di trasporto marittimo, il bilancio complessivo è tutt’altro che virtuoso”.

Dunque, non c’è nessuna richiesta di sussidi?

“No, ed è un equivoco che ci dispiace. Il sistema già si fa carico dei costi della raccolta e del riciclo attraverso i meccanismi di responsabilità estesa del produttore previsti dalle norme europee sugli imballaggi. Non stiamo chiedendo incentivi a pioggia, ma condizioni di partenza comparabili. Se il mercato è aperto, deve esserlo davvero, anche sul fronte dei costi energetici”.

Dal vostro punto di vista, che ruolo può avere il dl Bollette per settori energivori come quello cartario?

“Apprezziamo molto l’attenzione che il governo Meloni sta dimostrando verso il tema dell’energia e verso le esigenze dell’industria, anche nel confronto europeo. Il dl Bollette può rappresentare un passaggio importante perché interviene su alcuni nodi strutturali, a partire dal costo del gas e dalla razionalizzazione del sistema energetico. Per un settore energivoro come il nostro, anche piccoli miglioramenti sul fronte dei costi possono tradursi in maggiore competitività, più investimenti e una capacità più forte di contribuire agli obiettivi di economia circolare. L’auspicio è che questo percorso prosegua con continuità, perché l’energia è una leva decisiva non solo per l’industria, ma per lo sviluppo complessivo del Paese”.

Quanto pesa oggi il quadro regolatorio europeo, tra ETS e politiche di decarbonizzazione?

“La decarbonizzazione è un obiettivo condiviso, ma va perseguita in modo pragmatico. Se la pressione sui costi energetici e ambientali diventa eccessiva, il rischio è di indebolire l’industria europea e rafforzare quella extraeuropea. In alcuni casi sembra quasi che, nel tentativo di dimagrire, ci si stia tagliando un braccio”.

In conclusione, qual è la vostra proposta?

“Molto semplice: recuperare competitività per rafforzare la circolarità. Se riusciamo ad abbassare il costo dell’energia e a gestire in modo efficiente anche gli scarti del riciclo, l’Italia può trasformare tutta la carta che raccoglie, creare lavoro, ridurre le emissioni e rafforzare la propria base industriale. È una scelta di mercato, non contro il mercato”.

Enrico Foscarini, 29 gennaio 2026

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