L'EMERGENZA

Cedolare secca per i negozi, cosa cambia

Proposta di Forza Italia in manovra: aliquota al 21% per le locazioni commerciali. La strada indicata da Confedilizia per non uccidere le città

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Forza Italia rilancia il tema della cedolare secca anche per gli affitti commerciali, presentando un emendamento alla manovra a firma del senatore Roberto Rosso. La misura introdurrebbe, dal 2026, la possibilità di applicare l’aliquota al 21% ai contratti di locazione per immobili censiti in categoria C/1, quindi negozi e botteghe, fino a 600 metri quadri, escluse le pertinenze.

L’emendamento stabilisce che non potranno accedere al regime i contratti stipulati nel 2026 se al 15 ottobre 2025 risulti “in corso un contratto non scaduto, tra i medesimi soggetti e per il medesimo immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale”. La copertura prevista è di 163 milioni annui, a valere sul Fondo per interventi strutturali di politica economica.

La posizione di Confedilizia

Confedilizia accoglie con favore l’iniziativa, considerandola un passo nella direzione attesa da tempo. Il presidente Giorgio Spaziani Testa sottolinea che la desertificazione commerciale è un fenomeno critico anche dal punto di vista dei proprietari e ribadisce due priorità: “Va dato seguito a quanto previsto dalla legge delega per la riforma fiscale, introducendo finalmente la cedolare secca per gli affitti non abitativi, in sostituzione di una tassazione complessiva che arriva a erodere più della metà del canone”.

Inoltre, secondo Spaziani Testa, “va superata la normativa che regola i contratti di locazione dei negozi, risalente a quasi mezzo secolo fa, che con i suoi forti vincoli ostacola l’incontro fra domanda e offerta di immobili”. Per il presidente di Confedilizia, la legge di Bilancio rappresenta “l’occasione per iniziare a muoversi in questa direzione”.

Un Paese con 105mila negozi sfitti

Il dibattito arriva in un contesto già molto critico. Secondo Confcommercio, negli ultimi dodici anni l’Italia ha perso più di 140mila attività del commercio al dettaglio, un’emorragia che ha colpito soprattutto i centri storici e i piccoli comuni. E il quadro potrebbe peggiorare: entro il 2035 rischiano di scomparire altre 114mila imprese, oltre un quinto del totale.

A pesare sono nuove abitudini di consumo, lo spostamento verso l’online, il declino di interi comparti e la crescita dei negozi sfitti, oggi più di 105mila, un quarto dei quali vuoti da oltre un anno.

L’allarme di Confcommercio

Le trasformazioni urbane coinvolgono anche ristorazione e ricettività: aumentano i ristoranti (+17,1%) e volano bed and breakfast e case vacanza (+92,1%), mentre crollano bar (-19,1%) e negozi tradizionali. Una mutazione che incide sulla vita quotidiana delle comunità.

Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, avverte che la desertificazione commerciale ha conseguenze dirette sul tessuto sociale: “La desertificazione dei negozi è un problema economico, sociale e di coesione: ogni saracinesca abbassata significa meno sicurezza, meno servizi, meno attrattività e meno socialità nelle nostre città”.

E aggiunge: “Senza efficaci e tempestivi interventi di rigenerazione urbana, entro il 2035 rischiamo di avere delle vere e proprie città fantasma”.

Enrico Foscarini, 17 novembre 2025

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