Le previsioni Confindustria d’autunno consegnano un dato migliore delle attese: nel 2026 il Pil italiano crescerà dell’1%, mezzo punto in più rispetto alla stima di marzo. Ma basta leggere la sintesi del Centro Studi Confindustria per capire che si tratta di una crescita in larga parte già incassata. Quell’1% è infatti «sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita, ossia quella che si registrerebbe a fine anno in presenza di una crescita congiunturale nulla nei due trimestri restanti». Tradotto: il lavoro l’hanno fatto il quarto trimestre 2025 (+0,3%) e la prima metà di quest’anno (+0,3% e +0,2%), mentre per la seconda metà il Csc non scommette su nulla. Il titolo stesso del rapporto, del resto, parla di «crescita fragile tra shock internazionali e sfide per le imprese». E nel 2027 l’economia rallenterà allo 0,6%, lo stesso ritmo del 2025.
Il motore pubblico del Pnrr si spegne
Una parte rilevante della crescita di quest’anno porta una firma precisa: il Pnrr, concluso a fine agosto, il cui impatto sul Pil è stimato in 0,5 punti percentuali nel 2026. In altre parole, metà della crescita italiana di quest’anno arriva dal Piano finanziato in larga parte con debito europeo. Il Csc ne dà un giudizio complessivamente positivo, ricordando che l’incidenza degli investimenti sul Pil è salita di circa 3,7 punti rispetto al periodo pre-pandemia e che i tempi di realizzazione delle opere sono scesi da 38 a 31 mesi. Ma il problema è il dopo: la fine del Piano comporterà «un rallentamento della spesa per investimenti», attenuato solo dai circa 47 miliardi residui, di cui 27 nel 2027, «significativamente meno dei circa 42 miliardi spesi nel 2026». Non a caso gli investimenti passano da +3,3% a un modesto +0,8% e i consumi delle famiglie da +1,1% a +0,5%. Intanto il debito pubblico continua a salire, dal 136,7% del Pil nel 2025 al 137,9% quest’anno e al 138% nel 2027, con un deficit al 2,9% e poi al 2,8%.
Prezzi energia, il vero tallone d’Achille
Il cuore del rapporto è però l’energia, definita senza giri di parole «la più importante vulnerabilità dell’economia italiana». Il prezzo dell’elettricità è «sistematicamente più alto rispetto ai competitor europei», del 35% sopra la Germania nei primi nove mesi del 2026, e a settembre ha toccato 208 euro al megawattora contro i 114 di febbraio, prima della guerra. Il Brent viaggia a 102 dollari al barile (+65% dal minimo di dicembre 2025), il gas europeo a 77 euro (+133% da febbraio), la benzina è salita del 26% da gennaio. Rispetto a sei anni fa, l’incidenza dei costi energetici sui costi totali delle imprese è cresciuta del 34,5%, del 40% nella sola manifattura. E il confronto con l’altra sponda dell’Atlantico è impietoso: ad agosto il gas in Europa costava «quasi 8 volte quello in America, dove la quotazione non è aumentata nel corso di quest’anno». Il Csc ha anche fatto i conti dello scenario peggiore: con un Brent a circa 126 dollari di media nel 2027 «si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027», e lo stesso accadrebbe con il petrolio a 115 dollari e il gas a 89 euro. Il messaggio alla politica è esplicito: se la situazione «continua o peggiora occorrerà intervenire».
Hormuz, inflazione e tassi Bce
Tutto lo scenario poggia su un’ipotesi geopolitica: che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti «si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran, come annunciato anche dal Presidente Trump», e che da gennaio riprendano i transiti nello Stretto di Hormuz. Se così non fosse, il Csc avverte che la chiusura sarebbe sostenibile solo fino a maggio usando tutte le riserve mondiali, dopodiché «salirebbero le quotazioni del petrolio a livelli mai visti prima». Nel frattempo l’inflazione ha toccato a settembre il 4,2%, la Bce ha alzato i tassi per la seconda volta e ne sono attesi altri tre rialzi, mentre sui mercati sono «bruscamente saliti i rendimenti dei titoli sovrani», soprattutto in Francia ma anche in Italia, con un allargamento degli spread. Va aggiunto che la previsione è a legislazione vigente e non tiene conto dei 14,4 miliardi della clausola di salvaguardia per difesa e sicurezza energetica.
Ets, la CO2 cala perché chiudono le fabbriche
Il passaggio più duro riguarda il sistema europeo di scambio delle emissioni, l’Ets, che secondo il Csc «aggrava» la vulnerabilità energetica. Tra il 2005 e il 2025 le emissioni della manifattura italiana soggetta a Ets sono calate del 43%, ma nello stesso periodo hanno chiuso 386 impianti, al ritmo di 19 l’anno. Le chiusure «valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni, quindi questa riduzione non deriva da un reale processo di decarbonizzazione». E sull’altra metà non è possibile stabilire quanto dipenda dal calo della produzione. Il peggio deve ancora venire: con l’azzeramento delle quote gratuite il costo dei diritti supererebbe l’Ebitda per il 18% delle imprese coinvolte, che impiegano circa 19mila persone. C’è poi il capitolo dei soldi pubblici: dal 2012 al 2025 l’Italia ha incassato dalle aste Ets circa 20,8 miliardi, ma fino al 2023 ne ha destinati alla decarbonizzazione appena il 9%, contro la metà raccomandata da Bruxelles, e ancora oggi «la maggior parte dei proventi continua a confluire nel bilancio generale dello Stato». In sintesi, le risorse per la transizione «c’erano ma sono state dirottate altrove».
Produttività, il nanismo delle imprese frena i salari
Sul lungo periodo il Csc individua nella produttività «la causa principale della bassa crescita dell’Italia»: negli ultimi trent’anni il Pil è cresciuto dello 0,7% l’anno, contro l’1,5% dell’Eurozona e il 2,5% degli Usa. Il problema è soprattutto la dimensione delle aziende. Se l’Italia avesse la composizione dimensionale tedesca, la produttività salirebbe del 17,6% e supererebbe quella della Germania; se le imprese da 10-19 addetti diventassero di 50-249, crescerebbe del 4,3%. E poiché «maggiore produttività significa anche maggiori salari», occorre favorire la crescita delle imprese. Proprio per questo il Csc boccia la riforma dell’artigianato, che mantenendo le agevolazioni «spingerà le imprese a rimanere sotto la soglia» e avrà «effetti negativi sulla produttività e quindi sui salari». Sulla stessa linea la richiesta di tornare all’Ace, l’aiuto alla crescita economica eliminato nel 2023 «che tanti benefici aveva determinato», per sostenere la capitalizzazione delle imprese, oggi più solide in aggregato ma sempre più polarizzate.
Commercio, dazi e Cina: l’Europa resta a guardare
Sul piano globale il commercio corre (+5% quest’anno), ma la nuova geografia degli scambi passa dall’Asia e dall’high-tech, mentre l’Europa è «al momento esclusa da questa nuova rivoluzione digitale»: Usa e Cina investono mille miliardi di dollari l’anno in ricerca, la Ue appena 600. I dazi Usa stanno già riducendo l’export italiano di beni (-9,8% negli ultimi dodici mesi al netto di navi e farmaci), mentre gli accordi di libero scambio dimostrano di funzionare: nei primi tre mesi dell’intesa Ue-Mercosur le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del 10%, quasi il doppio della media extra-Ue. La strada indicata è quella di nuovi accordi con Canada, India, Giappone, Asean e Africa. Più ambigua la ricetta sulla Cina, dove il Csc chiede di «irrobustire la difesa commerciale» e di vincolare gli investimenti cinesi in Europa con soglie su componenti, lavoro e dati: una linea che rischia di contraddire proprio quella apertura dei mercati che, numeri alla mano, sta premiando l’export italiano.
Enrico Foscarini, 14 ottobre 2026
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