
Sul lavoro quali dipendenti possono essere sottoposti a controlli su alcol e droghe, e con quali modalità? La risposta, sul piano giuridico, è articolata. Ma il punto politico e culturale è molto più semplice: fino a che punto si può comprimere la libertà individuale in nome della sicurezza?
La disciplina nasce formalmente con l’Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 30 ottobre 2007, che ha dato attuazione a norme già esistenti. Quelle norme prevedevano la possibilità di controlli per i lavoratori impegnati in mansioni a rischio, cioè attività che possono mettere in pericolo la sicurezza o la salute di terzi. Si tratta, per esempio, della guida di mezzi di trasporto o dell’utilizzo di macchinari complessi.
Fin qui, il quadro può apparire ragionevole. Ma già in questa fase si introduce un elemento decisivo: il lavoratore diventa oggetto di un monitoraggio sanitario non per ciò che fa, ma per ciò che potrebbe fare.
Un sistema di controlli sempre più invasivo
L’impianto della normativa sul lavoro, costruito negli anni, prevede una serie di verifiche: controlli periodici, accertamenti in caso di incidente, verifiche per “ragionevole dubbio” e persino monitoraggi successivi a una positività. Formalmente, si tratta di un sistema garantista, con tutele sulla privacy e sulla conservazione del posto di lavoro.
Ma nella sostanza, si consolida un principio pericoloso: l’idea che il datore di lavoro – tramite il medico competente – possa entrare nella sfera psicofisica del dipendente.
Non è solo una questione di droghe o alcol. È un cambio di paradigma. Il lavoratore non è più semplicemente responsabile delle proprie azioni, ma viene considerato un rischio da prevenire, un soggetto da controllare prima ancora che commetta un errore.
La svolta del 2025: controlli a sorpresa e sospensione immediata
Con il decreto legge n. 159/2025, il salto di qualità è evidente. La nuova norma introduce la possibilità di una visita medica “prima o durante il turno lavorativo” in presenza di un “ragionevole motivo” per ritenere che il lavoratore sia sotto effetto di sostanze.
Tradotto: controlli a sorpresa, attivabili in tempo reale, con sospensione immediata dal lavoro in attesa degli esiti.
Il legislatore presenta questa misura come uno strumento di prevenzione. Ma il punto critico è proprio quel “ragionevole motivo”, un concetto elastico che rischia di trasformarsi in un lasciapassare per interventi arbitrari. Perché ciò che è “ragionevole” per qualcuno può non esserlo per un altro.
E soprattutto, si introduce un meccanismo in cui il lavoratore deve dimostrare la propria idoneità per poter continuare a lavorare, invertendo di fatto il principio di autonomia individuale.
Dalle sostanze illegali agli psicofarmaci: il confine si allarga
Un altro elemento rilevante è l’estensione implicita dei controlli anche a sostanze legali, come gli psicofarmaci. La norma parla infatti di sostanze “psicotrope o psicoattive”, aprendo alla possibilità di verifiche anche su terapie mediche regolarmente prescritte.
Qui il confine diventa ancora più sottile. Si passa dal contrasto a comportamenti illeciti alla valutazione dello stato di salute mentale del lavoratore, con tutte le implicazioni del caso. Non è difficile immaginare derive discriminatorie, soprattutto in contesti dove il giudizio sull’“idoneità” può essere influenzato da fattori organizzativi o produttivi.
Il bilanciamento che non convince
La giustificazione ufficiale è nota: “il diritto alla salute e alla sicurezza prevale su altri diritti”. È il classico bilanciamento su cui si fonda gran parte della normativa contemporanea.
Ma questo bilanciamento presenta un problema evidente. Quando la sicurezza diventa un principio assoluto, ogni libertà può essere compressa. E il rischio è quello di un progressivo scivolamento verso forme di controllo sempre più invasive.
Il cosiddetto “ragionevole motivo” dovrebbe evitare abusi. In realtà, proprio la sua indeterminatezza lo rende fragile. È un concetto che può essere riempito di volta in volta, adattandosi alle esigenze del momento.
Il rischio di una deriva: dal lavoro alla vita privata
La questione, quindi, va oltre il singolo intervento normativo. Riguarda una traiettoria. Oggi si controllano alcol e droghe. Domani potrebbe essere lo stress, l’equilibrio psicologico, le abitudini personali.
È il classico “piano inclinato”: una volta accettato il principio della sorveglianza preventiva, diventa difficile fissare un limite.
E il lavoro, da spazio di libertà contrattuale tra individui, rischia di trasformarsi in un ambiente di controllo continuo, dove la persona è costantemente valutata non solo per ciò che fa, ma per ciò che è.
Libertà individuale o sicurezza totale?
La domanda di fondo resta aperta. È davvero necessario arrivare a questo livello di intrusione per garantire la sicurezza? Oppure si sta scegliendo la strada più semplice: controllare prima, invece di responsabilizzare dopo?
In un sistema liberale, la responsabilità individuale dovrebbe essere il perno. Chi sbaglia, paga. Ma chi non ha fatto nulla non dovrebbe essere trattato come un potenziale rischio da monitorare.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui: quando la prevenzione diventa sorveglianza, la libertà smette di essere un diritto e diventa una concessione.
Enrico Foscarini, 19 aprile 2026
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