
Il governo ha scelto simbolicamente il Primo maggio per varare un decreto che ambisce a ridisegnare il mercato del lavoro italiano attraverso quasi un miliardo di euro di incentivi, nuove regole sul cosiddetto salario giusto, interventi sulla contrattazione collettiva e una stretta sul lavoro tramite piattaforme digitali. Presentato dalla premier Giorgia Meloni come un “ulteriore tassello” di una strategia che avrebbe già rafforzato occupazione e stabilità, il provvedimento si inserisce però in una logica che continua a privilegiare intervento pubblico, sussidi selettivi e regolazione crescente.
Dietro la retorica del lavoro stabile e della tutela salariale emerge infatti una struttura normativa che non riduce davvero i costi permanenti del lavoro, ma li redistribuisce temporaneamente tramite bonus, senza affrontare i nodi strutturali che frenano competitività, investimenti e crescita.
Il “salario giusto” ossia controllo centralizzato
Il punto più politico del decreto è l’introduzione del concetto di salario giusto, definito non da una soglia legale unica ma dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Formalmente si evita il salario minimo per legge, ma nella sostanza si rafforza ulteriormente il ruolo della contrattazione centralizzata, attribuendo ai grandi attori sindacali e datoriali una funzione quasi regolatoria.
L’effetto concreto è che lo Stato non stabilisce direttamente il salario minimo, ma decide chi può determinarlo, vincolando inoltre l’accesso agli incentivi pubblici al rispetto di tali parametri. Questo sistema rischia di irrigidire ulteriormente il mercato, comprimendo margini di flessibilità per imprese innovative, PMI e settori dinamici, soprattutto in territori dove produttività e costi variano sensibilmente.
Il plauso espresso da Cisl e Confcommercio segnala proprio questa dinamica: il decreto rafforza strutture consolidate e modelli contrattuali già dominanti, piuttosto che aprire spazi di vera concorrenza e libertà negoziale.
Rinnovi contrattuali, ossia meno libertà negoziale
La norma che prevede un adeguamento salariale automatico al 30% dell’inflazione IPCA in caso di mancato rinnovo contrattuale entro dodici mesi rappresenta un ulteriore passo verso una maggiore eterodirezione del sistema.
Pur presentata come tutela del potere d’acquisto, questa misura riduce la piena autonomia delle parti, imponendo una pressione normativa sui tempi e sugli esiti della contrattazione. In un’economia eterogenea come quella italiana, automatismi di questo tipo rischiano di scollegare ulteriormente dinamica salariale e produttività reale.
Bonus occupazionali: quasi un miliardo di spesa pubblica
Il cuore economico del decreto Lavoro è costituito da 934 milioni di euro di incentivi contributivi per assunzioni di giovani, donne, lavoratori nel Mezzogiorno e stabilizzazione dei contratti a termine. Il bonus giovani vale quasi 500 milioni, quello per le donne oltre 140 milioni, mentre si aggiungono ulteriori misure per le aree ZES e per la trasformazione dei contratti precari. Gli esoneri possono arrivare fino a 800 euro mensili.
Il problema è noto: questi strumenti abbassano artificialmente il costo del lavoro per periodi limitati, ma non intervengono sulle cause strutturali della debolezza occupazionale italiana. Una volta terminato il beneficio, il costo ritorna integralmente sulle imprese, con il rischio concreto di creare occupazione temporanea incentivata anziché crescita stabile. Più che una riforma organica, il decreto ripropone la tradizionale logica italiana del mercato assistito, dove l’occupazione viene orientata attraverso finestre normative, categorie privilegiate e incentivi selettivi, aumentando complessità amministrativa e dipendenza dalle politiche pubbliche.
Il costo nascosto del decreto
Ogni misura prevista dal decreto Lavoro comporta requisiti, controlli, certificazioni, monitoraggi INPS, decreti attuativi e verifiche continue. Questo significa che, oltre al costo fiscale diretto, aumenta anche il peso burocratico sulle imprese.
La complessità normativa finisce per favorire soggetti più strutturati, grandi aziende e organizzazioni già integrate nei meccanismi amministrativi, mentre può penalizzare proprio quelle realtà imprenditoriali più piccole o innovative che avrebbero maggior bisogno di flessibilità.
Rider e caporalato digitale: rischio iper-regolazione
Il contrasto al caporalato digitale e alla cessione abusiva degli account affronta problemi reali, soprattutto in termini di sicurezza e legalità. Tuttavia, la presunzione di subordinazione legata all’uso di algoritmi e il rafforzamento degli obblighi amministrativi rischiano di estendere in modo eccessivo categorie tradizionali a modelli economici nuovi.
La regolazione delle piattaforme digitali con le quali lavorano i rider potrebbe così trasformarsi non solo in tutela, ma anche in barriera all’innovazione, rafforzando gli operatori già consolidati e riducendo spazi di flessibilità per lavoratori autonomi.
Il limite politico del decreto
Ciò che manca nel provvedimento è forse l’aspetto più significativo. Non vi è una riduzione strutturale del cuneo fiscale generalizzato, non vi è una vera semplificazione del diritto del lavoro, non vi è un alleggerimento stabile della pressione normativa. Si preferisce invece una strategia fondata su incentivi temporanei, certificazioni, monitoraggio e maggiore centralizzazione contrattuale. Il risultato è un modello che cerca di correggere il mercato attraverso interventi selettivi, anziché rafforzarne libertà, concorrenza e capacità di adattamento.
Il Decreto Lavoro 2026 rappresenta una riforma di ampia portata, ma costruita più sulla logica dell’intervento pubblico che su quella della liberalizzazione. Pur offrendo strumenti politicamente spendibili e immediatamente visibili, rischia di consolidare le rigidità storiche del sistema italiano: costo del lavoro elevato, eccesso di regolazione, peso dei corpi intermedi e dipendenza da incentivi.
Più che una trasformazione profonda del mercato del lavoro, il provvedimento appare come una sofisticata operazione di gestione centralizzata, capace di produrre effetti di breve periodo ma meno convincente sul piano della crescita duratura, della competitività e della libertà economica.
Enrico Foscarini, 29 aprile 2026
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