
Il decreto Primo Maggio cambia forma, ma non scioglie le contraddizioni. Dopo settimane di tensioni e critiche, il governo sembra fare un parziale passo indietro sul terreno più scivoloso, quello della contrattazione collettiva, evitando per ora interventi diretti su rappresentanza e salario “giusto”. Una ritirata tattica più che una revisione di fondo, perché l’impostazione resta quella di un intervento pubblico che continua a muoversi dentro dinamiche che dovrebbero restare affidate alle parti.
Dal ministero del Lavoro si continua a sostenere che il provvedimento “darà un’ulteriore risposta alle aspettative e alle esigenze dei lavoratori e delle imprese”, promettendo strumenti efficaci per garantire un salario dignitoso. Ma proprio su questo punto si concentra il problema: definire per decreto ciò che nasce da un equilibrio negoziale rischia di produrre più ambiguità che risultati.
Una retromarcia per non scontentare sindacati e imprese
Il segnale più evidente è politico prima ancora che tecnico: nelle comunicazioni ufficiali di Palazzo Chigi sparisce il riferimento esplicito alla contrattazione. Al suo posto compaiono formule più generiche come “politiche attive del lavoro”, segno di una difficoltà evidente nel tradurre in norme un ambito che, per sua natura, sfugge alla regolazione centralizzata.
Eppure il decreto andrà avanti. L’esecutivo non intende rinunciare allo strumento, pur ricalibrando i contenuti. Si parlerà di rider, di incentivi per giovani e donne, di proroghe e bonus. Si rafforzeranno misure contro il caporalato e si interverrà sul lavoro povero, ma senza toccare – almeno per ora – il cuore del sistema contrattuale. Il risultato è un provvedimento che rischia di diventare un contenitore eterogeneo, più orientato a sommare interventi che a costruire una linea coerente.
L’appello delle parti sociali
Nel frattempo, il fronte formato da sindacati e imprese ha espresso una posizione sorprendentemente compatta. La richiesta è semplice: lasciare spazio alla negoziazione. “Non eserciti la delega, ci dia tempo di chiudere l’accordo”, è stato l’appello rivolto al governo, con l’impegno a recepire poi l’intesa raggiunta senza modifiche. Delega che, tra l’altro, è scaduta ieri segnando la fine del ddl con cui il governo aveva ribaltato il “salario minimo” formulato dalle opposizioni.
Quella delle parti sociali non è una difesa corporativa, ma la rivendicazione di un principio: la contrattazione è un accordo tra parti, non un terreno di intervento politico. Quando lo Stato entra in questo spazio, anche con buone intenzioni, il rischio è quello di alterare gli equilibri e creare incentivi distorti. Il fatto che anche il mondo delle imprese condivida questa posizione rafforza il punto: la regolazione calata dall’alto viene percepita come un ostacolo, non come una soluzione.
Il paradosso del “salario giusto”
Il governo continua a parlare di “salario giusto”, ma il concetto resta sfuggente. Nella versione iniziale, l’idea era estendere i minimi dei contratti più applicati. Un meccanismo che, nella pratica, avrebbe rischiato di legittimare anche contratti meno rappresentativi, creando una concorrenza al ribasso. Ora quella strada sembra accantonata, ma il problema resta. Perché il salario non è una variabile isolata, bensì il risultato di produttività, domanda e capacità negoziale. Intervenire su uno solo di questi elementi senza considerare gli altri significa intervenire a metà, con effetti spesso imprevedibili.
Non a caso, anche all’interno della maggioranza emergono esitazioni. Il sottosegretario Claudio Durigon ha ribadito che “il decreto si deve fare per fermare il lavoro povero”, ma ha anche chiarito che non si toccheranno i pilastri costituzionali della libertà sindacale. Una posizione che, nei fatti, mantiene aperta la porta a tutte le ambiguità già emerse.
Il rischio dell’effetto vetrina
Un altro elemento ricorrente è quello degli incentivi fiscali e dei bonus. Riduzioni di aliquote, sostegni al welfare aziendale, proroghe di misure esistenti. L’obiettivo è aumentare il reddito disponibile senza intervenire direttamente sui salari lordi.
Il problema, però, è la sostenibilità. Molte di queste misure sono rinviate a future coperture, alimentando un effetto annuncio che rischia di tradursi in promesse senza immediata realizzazione. In questo modo, la politica economica si sposta dal piano delle decisioni a quello delle aspettative. E quando le aspettative non vengono soddisfatte, il risultato è una perdita di credibilità, più che un beneficio concreto.
Il nodo irrisolto: il ruolo dello Stato
Alla fine, il punto centrale resta sempre lo stesso. Qual è il ruolo dello Stato nel determinare salari e condizioni di lavoro? Il decreto sembra muoversi su una linea ambigua, oscillando tra l’idea di lasciare spazio alle parti e quella di intervenire per correggere il mercato.
Ma più l’intervento pubblico si espande, più cresce il rischio di effetti collaterali. Meccanismi automatici, incentivi selettivi e definizioni vaghe possono finire per irrigidire il sistema, riducendo proprio quella flessibilità che serve per adattarsi a un contesto economico complesso.
Enrico Foscarini, 19 aprile 2026
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