
Nel suo intervento per l’apertura dell’anno accademico al Politecnico di Milano, Mario Draghi ha richiamato la centralità della tecnologia come motore della crescita, ricordando che “per oltre due secoli, il miglioramento del tenore di vita è stato alimentato da successive ondate di progresso tecnologico”. Un percorso storico che va dalla macchina a vapore all’elettrificazione, dal processo Haber–Bosch fino al container, esempi che il Presidente ha usato per sottolineare come lo sviluppo economico sia sempre andato di pari passo con il progresso scientifico.
Draghi ha spiegato come oggi questo legame sia ancora più forte, perché le società avanzate non possono più contare solo sul lavoro o sul capitale. “La crescita di lungo periodo dipende in misura schiacciante dalla produttività che, in pratica, significa nuove tecnologie e diffusione di nuove idee”, ha affermato, respingendo l’idea che un Paese possa permettersi di rallentare senza pagarne il prezzo sul fronte del debito e della sostenibilità sociale.
Un’accelerazione senza precedenti
Nel cuore del discorso è emerso un tema chiave: la velocità della trasformazione tecnologica contemporanea. Draghi ha ricordato che “ChatGPT è stato lanciato nel novembre 2022 e nel giro di pochi anni gli investimenti globali nelle infrastrutture di IA è previsto raggiungano diverse migliaia di miliardi di dollari”. Un ritmo di adozione che non ha precedenti nella storia economica moderna e che rende più profondo il divario tra Paesi che innovano e quelli che restano indietro.
Per Draghi, l’Europa si trova in un momento decisivo. Negli ultimi decenni, ha spiegato, siamo passati da continente capace di accogliere le nuove tecnologie a sistema che spesso ne ostacola l’adozione. “Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie su larga scala, l’Europa rischia un futuro di stagnazione”, ha avvertito, evidenziando come oggi l’Ue produca solo una minima parte dei grandi modelli di IA rispetto a Stati Uniti e Cina.
IA, rischi, opportunità e diseguaglianze
Draghi non ha ignorato i rischi legati all’intelligenza artificiale. Ha riconosciuto che l’IA può generare sostituzione del lavoro e disuguaglianze, ma ha anche ricordato che la storia economica non porta verso scenari di disoccupazione permanente. “La discontinuità colpisce in modo diseguale: alcuni lavoratori sopportano l’onere della sostituzione, mentre altri beneficiano in misura sproporzionata”, ha spiegato.
Allo stesso tempo, Draghi ha mostrato come l’IA possa essere uno strumento capace di ridurre diseguaglianze già presenti, citando casi concreti in sanità e istruzione. Ha ricordato che negli USA strumenti basati su IA hanno “ridotto i tempi di attesa in pronto soccorso di oltre il 55%” e come nei sistemi educativi il tutoraggio personalizzato possa far compiere agli studenti salti di rendimento significativi.
Europa, il peso del principio di precauzione
Un passaggio cruciale del discorso ha riguardato il quadro regolatorio europeo. Per Draghi, l’Europa ha spesso trasformato la cautela in immobilismo, come dimostra il caso del GDPR che, pur nato con nobili obiettivi, oggi “continua a vincolarci nel 2025, anche se la frontiera tecnologica è avanzata molto più rapidamente del quadro regolatorio”. I costi, ha ricordato, sono ricaduti soprattutto sulle piccole imprese, con profitti ridotti e investimenti frenati.
L’appello è stato chiaro: servono regole più agili, capaci di adattarsi all’evoluzione tecnologica invece di ingabbiarla, e la revisione già avviata dalla Commissione è un primo passo, ma non sufficiente.
Ricerca, università e il nodo della commercializzazione
Draghi ha poi affrontato il tema del sistema della ricerca europeo. Pur riconoscendo la qualità della produzione scientifica continentale, ha sottolineato che solo una piccola parte dei brevetti viene effettivamente commercializzata. È in questo passaggio che ha richiamato l’esempio americano: “Una riforma chiave sarebbe una versione europea del Bayh–Dole Act”, capace di incentivare università e ricercatori a trasformare la ricerca in imprese e innovazione reale.
Ha inoltre rimarcato la necessità di potenziare i politecnici e le università europee, dando loro la flessibilità e i fondi necessari per competere con i colossi statunitensi, dove singoli atenei investono in ricerca più di interi sistemi universitari europei.
L’appello ai giovani
Nel momento più ispirazionale del discorso, Draghi si è rivolto agli studenti del Politecnico. “Il percorso più sicuro non sarà quello più prevedibile. Sarà quello che vi rende produttori di idee”, ha affermato, invitandoli a non temere l’incertezza e a considerare l’imprenditorialità come una strada naturale.
Ha poi lanciato un appello diretto: “Pretendete di avere le stesse condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo, combattete gli interessi costituiti che vi opprimono”. Secondo Draghi, il rinnovamento dell’Europa passerà dalla capacità dei giovani talenti di innovare e di chiedere regole più favorevoli alla crescita.
La conclusione è stata un invito alla responsabilità: “Nel nostro tempo, questo è ciò che significa servire il proprio Paese”. Una visione che vede l’innovazione non solo come leva economica, ma come contributo civico essenziale per il futuro dell’Europa.
Enrico Foscarini, 1 dicembre 2025
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