Il verdetto delle urne in Sassonia-Anhalt, dove Alternative für Deutschland (AfD) ha travolto gli equilibri tradizionali raggiungendo oltre il 44% dei consensi, non è un semplice episodio di cronaca locale. È il segnale plastico di una rivolta sociale ed economica che attraversa l’intero continente contro il dirigismo ecologista e la morsa iperregolatoria impressa da Bruxelles. Dalla Germania orientale alla Spagna di Vox, fino alla Francia e ai movimenti emergenti in Italia come Futuro Nazionale guidato da Roberto Vannacci, la narrazione è omogenea: la classe media e le fasce sociali autoctone più vulnerabili rifiutano di pagare la fattura di una transizione ecologica calata dall’alto. Un’imposizione dogmatica che ha penalizzato i costi di produzione, appesantito le bollette delle famiglie e minato la tenuta del tessuto industriale.
Mentre i movimenti più radicali del fronte sovranista invocano risposte drastiche – dal totale smantellamento delle politiche climatiche fino alla riapertura esplicita degli acquisti di gas russo per abbattere le bollette, come sostenuto da AfD e caldeggiato da settori dell’importazione in Spagna e da frange del sovranismo nostrano -, l’area di governo del centrodestra europeo cerca una via pragmatica, di impianto liberista e riformatore, capace di scardinare la gabbia burocratica dell’Unione senza cedere alle sirene dell’isolazionismo.
L’asse Roma-Bruxelles e il fronte dei “like-minded”
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni odierne dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a margine dell’incontro bilaterale con il primo ministro belga Bart De Wever. L’obiettivo dichiaratamente condiviso è coordinare le forze di centrodestra e i Paesi con approccio pro-mercato per orientare l’agenda delle istituzioni comunitarie.
La premier italiana ha richiamato l’attenzione sull’emergenza geopolitica e sui rischi concreti che gravano sul sistema economico: “È chiaramente sotto gli occhi di tutti l’impatto fortissimo che la situazione internazionale, in particolare a Hormuz, sta avendo sul costo dei carburanti, sul costo dei fertilizzanti, sul costo delle materie prime, e quanto tutto questo stia pesando sui nostri cittadini, sulle nostre imprese”.
Di fronte allo shock dell’offerta e al rischio di una deindustrializzazione sistemica, la risposta non può essere l’attesa passiva o l’aggiunta di ulteriori vincoli normativi. Meloni ha ribadito la convergenza strategica con il premier belga: “Siamo per questo d’accordo col primo ministro De Wever che il prossimo Consiglio Europeo debba tornare ad affrontare i temi della competitività, i temi del costo dell’energia, che debba farlo anche con più coraggio e con maggiore concretezza. Lavoreremo insieme anche su questo punto”.
Il cuore politico dell’operazione risiede tuttavia nella costruzione di una rete negoziale in grado di contrapporsi all’involuzione burocratica di Bruxelles. Un’alleanza strategica con i principali attori europei della medesima area politica, a partire dalla Germania: “Voi sapete che insieme animiamo un tavolo di Stati membri ‘like-minded’, cioè che hanno le stesse posizioni in materia di competitività, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz, e quindi siamo d’accordo sulla necessità di convocare questo tavolo prima del prossimo Consiglio Europeo”.
Liberismo vs Storicismo ecologico
Per un’osservazione di matrice liberale e liberista, il passaggio cruciale risiede nella comprensione della crisi strutturale di competitività che attanaglia l’Europa. L’esito del voto in Sassonia-Anhalt ha dimostrato come la penalizzazione delle classi produttive e dei lavoratori a basso reddito – compressi tra l’esplosione dei costi energetici e l’inflazione generata da normative ambientali penalizzanti – spalanchi la strada alle proteste più estreme. Come quelle di AfD.
La tentazione populista di riallacciare la corda della dipendenza dal gas di Mosca come ricetta shock per abbassare la spesa energetica rappresenta un’illusione geopolitica e strategica, ma riflette un malessere economico reale e profondo che le élite europee non possono più fingere di ignorare. La vera risposta liberista non risiede nel protezionismo né nel ritorno al passato, bensì nello smantellamento del dirigismo regolatorio.
Serve un taglio drastico della burocrazia comunitari, il ripristino della neutralità tecnologica priva di sussidi distorsivi, la deregolamentazione dei mercati energetici e l’apertura a nuovi investimenti privati nelle infrastrutture. Soltanto restituendo libertà di intrapresa alle aziende e riducendo l’ingerenza pubblica nei costi di produzione si potrà proteggere il potere d’acquisto dei cittadini e scongiurare l’estinzione dell’industria manifatturiera continentale. L’asse tra Roma, Bruxelles e Berlino rappresenta il banco di prova per verificare se il centrodestra di governo saprà trasformare questa istanza in riforme strutturali e coraggiose in sede europea. Altrimenti non resterà che arrendersi ad AfD e Futuro Nazionale.
Enrico Foscarini, 7 settembre 2026
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