
Metà mattina, ministero dell’Economia. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, accompagnato dai suoi tecnici, ha varcato la soglia dell’ufficio di Giancarlo Giorgetti. L’incontro nasce dopo giorni di tensione attorno al decreto interministeriale con cui Giuli tentava di spostare 100 milioni di euro dai contributi automatici per le imprese dell’audiovisivo al Fondo per il cinema, ridotto da 696 a 550 milioni nel 2026.
A spiegare perché l’operazione fosse impraticabile è stata Daria Perrotta, capo tecnico della Ragioneria dello Stato. Il decreto, ha sottolineato, viola le regole europee del nuovo Patto di stabilità e non può beneficiare di alcuna deroga. Il trasferimento di risorse è infatti legato alla verifica degli equilibri di finanza pubblica, vincolata ai tempi dei documenti di bilancio: il Dpf e il Dpfp, approvati rispettivamente entro il 2 ottobre e il 10 aprile. In breve: la richiesta di Giuli è arrivata troppo tardi.
Con il pieno sostegno di Giorgetti, la linea della Ragioneria ha prevalso. Il decreto non sarà controfirmato dal Tesoro, ma le imprese del settore potranno continuare a richiedere i contributi automatici ancora in assegnazione. Giuli, tuttavia, non arretra: chiede che il Fondo venga rimpinguato di circa 100 milioni già dal prossimo anno. Il Mef apre alla possibilità di recuperare le risorse, ma solo senza forzare le regole contabili.
Erano, quindi, fondate le rimostranze del deputato dem Matteo Orfini che aveva criticato la mossa di Giuli: “Quelle risorse vengono prese dai contributi automatici già maturati dalle imprese nel 2022. Così si rischiano ricorsi e danni enormi”. Sipario, almeno per ora.
Elio Germano e la protesta del cinema
IResta inevasa la solita questione: ha vinto il cinema o la solita retorica degli attori indignati? Tra i più rumorosi, Elio Germano. Ospite di “Report”, l’attore ha accusato Giuli di “propaganda” e “dolo”. Peccato che, secondo i dati, le produzioni che lo hanno visto protagonista abbiano beneficiato in questi anni di quasi 13 milioni di euro di tax credit: da Il signore delle formiche a Palazzina Laf, passando per Berlinguer. La grande ambizione. Ogni film in cui compare Germano ha goduto di contributi pubblici generosi, eppure oggi lui è tra i più accesi critici del sistema che lo ha sostenuto.
Un paradosso ricorrente nel mondo del cinema italiano: chi ha beneficiato dei fondi è spesso il primo a denunciarli. Eppure, le cifre mostrano che le risorse destinate al settore sotto il governo Meloni restano più alte rispetto all’era Renzi-Gentiloni, quando Dario Franceschini distribuiva contributi “a pioggia” e nessuno protestava.
Borgonzoni, l’allarme interno e la frattura nella maggioranza
Dietro le quinte, la sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha tentato una mossa in extremis: ha scritto a Giuli e a Giorgetti, chiedendo di non tagliare ulteriormente il Fondo. “Se si va avanti così, nel 2026 il cinema italiano subirà un colpo letale”, ha avvertito. Oggi il Fondo vale circa 700 milioni, ma la prospettiva è di scendere a 550. Di questi, solo 200 servono realmente alla produzione di film, “soldi che non bastano mai”, ammette lei stessa.
Il problema principale è la fine dello “splafonamento”, il meccanismo che permetteva di superare i tetti di spesa quando la domanda superava l’offerta. Senza di esso lo Stato risparmia 350 milioni l’anno, ma il settore rischia di fermarsi. A questi si aggiungono altri 300 milioni di tagli interni al ministero, per un buco complessivo da 650 milioni.
Borgonzoni ha chiesto che il Fondo resti invariato in nome della competitività internazionale del cinema italiano, ricordando i 120mila posti di lavoro della filiera e le ricadute su Rai e Cinecittà. Una posizione difficile, soprattutto in una maggioranza che spesso accusa i produttori di essere “radical chic drogati di contributi pubblici”.
Chi ha davvero vinto?
Alla fine, il Fondo è stato solo parzialmente salvato. E, mentre Germano denunciava “la propaganda del governo”, i soldi restano quasi sempre gli stessi, ma a contenderseli sono i soliti protagonisti. La sensazione è che il vero film non sia quello che vediamo al cinema, ma quello che si recita nei ministeri e nei talk show: un copione già scritto, dove i soliti noti interpretano ruoli diversi ma il finale non cambia mai.
Enrico Foscarini, 12 novembre 2025
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