
Il Parlamento europeo torna in plenaria per una sorta di “conto politico” sull’euro digitale, una discussione che non porta a un voto ma serve a comprendere se ci sia davvero la volontà di sbloccare un dossier che da mesi langue tra commissioni, emendamenti e tatticismi. Dopo settimane di apparente ostruzionismo, alcuni attori istituzionali sembrano improvvisamente determinati ad accelerare: è difficile non notare la convergenza tra pressioni politiche e ritmo delle dichiarazioni proprio mentre sul mercato delle criptovalute asset come il Bitcoin stanno attraversando una fase di debolezza.
Da Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, è arrivato un appello ad andare avanti, con l’argomento che senza una moneta digitale comunitaria l’Europa rischierebbe di dipendere da infrastrutture di Paesi terzi. La narrativa di fondo – quella della sovranità – è stata ripresa anche da Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia e Produttività, che ha sottolineato come sia “importante accelerare il lavoro sul digitale euro per ridurre la dipendenza da fornitori non europei”.
In un’altra occasione Dombrovskis ha affermato che “un euro digitale è necessario per l’era digitale e per rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa”, insistendo sul fatto che l’Unione non può “cedere il controllo tecnologico della sua economia ad altri”.
Queste parole suonano come un’affermazione di urgenza istituzionale — ma proprio il modo in cui vengono usate, in un momento di sensibile discussione interna e di volatilità di mercati alternativi, lascia spazio a dubbi sul reale interesse che guida tali richieste di velocizzazione del processo.
Le spinte contrapposte
La strategia in plenaria è stata quella di inserire nella risoluzione annuale della Bce due emendamenti sull’euro digitale, firmati in modo trasversale da Socialisti, Renew, Verdi, Sinistra e una parte dei Popolari. Questi affermano che l’accesso ai pagamenti è fondamentale per la partecipazione economica e che affidare la digitalizzazione solo a attori privati e non europei potrebbe creare nuove esclusioni. Uno degli emendamenti definisce l’euro digitale “strumento di sovranità monetaria europea” e complemento al contante e ai servizi privati.
La risposta politica non è stata uniforme. Al relatore del regolamento, Fernando Navarrete (Ppe), è toccato un ruolo ambiguo: dopo mesi di silenzio ha proposto una bozza che pone condizioni molto più caute, invitando a verificare se il mercato privato possa costruire prima una rete europea di pagamenti e solo in caso contrario procedere a una valuta della banca centrale. Questa posizione è stata interpretata da molti come una frenata politica mascherata da tecnicismo, piuttosto che come una seria riflessione sui reali interessi economici degli europei.
Attivismo burocratico o reale bisogno?
Il dibattito sull’euro digitale non è soltanto una questione tecnica, e questo emerge chiaramente dal numero di emendamenti sul regolamento – oltre 1.500, una cifra straordinariamente alta per un testo finanziario – che riflette la polarizzazione politica e la varietà di interessi in gioco (alcuni legati alla protezione della privacy, altri alla stabilità finanziaria, altri ancora a visioni ideologiche divergenti sulla funzione dello Stato nell’economia).
Il progetto presentato dalla Commissione e sostenuto da Dombrovskis viene descritto come un modo per modernizzare i pagamenti europei e rafforzare la capacità dell’euro di competere nell’era digitale, garantendo potenzialmente servizi online e offline simili a una valuta digitale tradizionale.
Tuttavia, il fatto che queste affermazioni emergano in un contesto di pressioni politiche piuttosto che da un chiaro fabbisogno di mercato rende le motivazioni istituzionali meritevoli di scrutinio critico.
Da più parti si osserva difatti che esistono già soluzioni private e interoperabili per i pagamenti digitali, e che l’argomento dell’autonomia tecnologica – pur legittimo nel quadro strategico globale – può servire a giustificare spinte verso strumenti che non sono ancora chiaramente necessari per l’economia reale.
Misurare l’urgenza con realismo
Nel definire la traiettoria dell’euro digitale, è importante riconoscere la differenza tra urgenza geopolitica evocata dai burocrati e le reali esigenze operative di cittadini e imprese europee. Le dichiarazioni di personaggi come Dombrovskis possono suonare autorevoli e strategiche, ma è essenziale ricordare che chi spinge per accelerare spesso è più lontano dalla concreta realtà economica di chi usa i sistemi di pagamento ogni giorno.
In definitiva, la conta politica a Strasburgo servirà a chiarire non solo chi è a favore o contro un euro digitale, ma quanto effettivamente le istituzioni siano disposte a calibrare questo strumento sulla base di interesse pubblico reale piuttosto che su spinte burocratiche e narrative geopolitiche.
Enrico Foscarini, 10 febbraio 2026
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