La storia di Wendy Duffy non è solo una vicenda personale. È il punto da cui partire per capire cosa sta diventando il cosiddetto “fine vita assistito” in Europa. A 56 anni, senza una malattia terminale, ha scelto di morire oggi in una clinica svizzera dopo aver dichiarato di non riuscire più a sopportare il dolore per la perdita del figlio.
Una scelta che viene raccontata come autodeterminazione, ma che solleva una domanda inevitabile: quando la sofferenza esistenziale diventa sufficiente per accedere alla morte assistita, il confine smette di essere medico e diventa culturale. E, sempre più spesso, anche economico.
Il prezzo della morte
C’è un dato che pesa più di ogni altro: il “fine vita assistito” muove oggi tra i 65 e i 70 milioni di euro l’anno tra Svizzera e Olanda. Non si tratta di una stima ideologica, ma di una ricostruzione basata su bilanci, procedure e flussi finanziari.
Dietro le parole “dignità” e “diritto”, emerge una struttura che, pur definendosi non-profit, gestisce entrate rilevanti e costanti. Un sistema che non si limita a rispondere a richieste individuali, ma finisce per organizzarle, incanalarle e – inevitabilmente – monetizzarle.
Svizzera: il modello privato che piace all’estero
È proprio in Svizzera che si è recata Wendy Duffy, presso la clinica Pegasos. Qui il modello è basato su associazioni private che operano su scala internazionale.
Nel 2025 si stimano circa 1.700 decessi assistiti, con un ricavo medio di circa 11.000 euro per paziente straniero. Il totale delle sole procedure sfiora i 19 milioni di euro, a cui si aggiungono oltre 13 milioni di euro di quote associative.
Il risultato è un sistema da oltre 30 milioni di euro l’anno, alimentato anche da persone che pagano per anni senza mai utilizzare il servizio. Un modello che vive tanto dell’atto finale quanto dell’attesa.
Olanda: la normalizzazione attraverso il sistema sanitario
In Olanda il quadro è diverso ma altrettanto significativo. Qui l’eutanasia è integrata nella sanità pubblica, con oltre 10.000 casi annui e un costo medio di circa 3.000 euro per procedura, coperto da assicurazioni e Stato.
Il risultato è un giro d’affari di circa 30 milioni di euro l’anno, sostenuto dalla fiscalità generale. In questo caso la morte assistita non è un servizio acquistato, ma una prestazione erogata. Il passaggio è sottile ma decisivo: da scelta eccezionale a opzione prevista.
Un sistema che accumula risorse
Le principali organizzazioni svizzere dispongono di riserve milionarie, tra immobili e liquidità. Fondi che vengono reinvestiti in strutture, personale e attività di pressione politica.
Questo aspetto è raramente al centro del dibattito pubblico sull’eutanasia, ma è difficile ignorarlo: più cresce il numero delle procedure, più cresce la capacità di influenza di queste realtà. Non solo sanitaria, ma culturale e legislativa.
Il costo individuale
Per chi, come Wendy Duffy, decide di rivolgersi a queste strutture, il costo è tutt’altro che marginale. Una procedura completa in Svizzera può arrivare a 10.000-12.000 euro, tra pratica, valutazioni e servizi accessori.
Una parte consistente finisce direttamente all’organizzazione, mentre il resto copre spese burocratiche e obblighi legali. Anche in caso di esito negativo, alcuni costi restano acquisiti. Il dato è semplice: per il singolo è una spesa significativa, per il sistema è un flusso costante.
Domanda reale o offerta organizzata?
Il caso di Wendy Duffy riporta al centro una questione che spesso viene evitata. Se una persona in lutto può accedere a queste strutture per l’eutanasia, significa che il criterio non è più solo clinico.
Significa che la soglia si è abbassata, e che ciò che un tempo richiedeva condizioni estreme oggi può essere ricondotto a categorie più ampie e meno verificabili. In questo contesto, la presenza di un sistema organizzato e finanziariamente solido non è neutrale. Perché quando esiste un’offerta strutturata, la domanda tende a seguirla.
Una questione aperta
Il punto non è negare il dolore individuale né semplificare storie personali complesse. Ma ignorare il contesto in cui queste decisioni avvengono significa rinunciare a comprendere il fenomeno. E oggi quel contesto dice una cosa chiara: attorno al fine vita si è sviluppato un sistema economico rilevante, capace di crescere, strutturarsi e influenzare il dibattito pubblico.
Il caso Wendy Duffy, al di là della sua dimensione personale, diventa così qualcosa di più. Non solo una scelta individuale di eutanasia, ma il segnale di un cambiamento più ampio, in cui il valore della vita e il peso delle decisioni rischiano di essere ridefiniti anche – e forse soprattutto – in base a ciò che è possibile organizzare, offrire e finanziare.
Enrico Foscarini, 24 aprile 2026
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