
L’articolo di Enrico Foscarini, “Il Fisco mette le mani sulla fortuna: trattenute alla fonte”, ha stimolato il mio ego per i numeri e mi è venuto spontaneo scrivere questo pezzo, ricavando i dati in internet.
Gioco pubblico in Italia: numeri da economia parallela
Il settore del gioco pubblico in Italia continua a crescere e a muovere cifre che, a prima vista, sembrano appartenere a un’economia parallela. Nel 2024 la raccolta complessiva, cioè il totale delle giocate, ha superato i 157 miliardi di euro, in base alle principali analisi di mercato. Una cifra enorme, che spesso viene citata senza spiegare cosa rappresenti davvero.
Per capire il fenomeno è necessario distinguere tra raccolta, vincite e spesa effettiva. La raccolta totale, pari a circa 157 miliardi di euro, rappresenta l’insieme di tutto ciò che viene giocato dagli italiani. Di questa somma, circa 136 miliardi tornano ai giocatori sotto forma di vincite. La differenza, ovvero circa 21 miliardi di euro, costituisce la spesa effettiva, cioè la perdita netta dei giocatori.
La raccolta è enorme, ma non è ciò che gli italiani “perdono”: la spesa reale è molto più bassa, anche se comunque significativa.
Come si distribuisce ogni euro giocato al SuperEnalotto
A solo titolo di esempio, prendiamo le percentuali ufficiali di ripartizione per ogni euro giocato al SuperEnalotto. Il 60% viene destinato ai premi per i giocatori. Allo Stato, tra imposte e prelievi, va il 28,27%. Le ricevitorie trattengono l’8%, mentre al gestore, Sisal, spetta il 3,73%. Queste percentuali sono fisse e valide anche per il 2025.
È una distribuzione che mostra con chiarezza come il gioco non sia soltanto una questione di fortuna individuale, ma anche una filiera economica articolata in cui ogni euro giocato viene ripartito secondo quote prestabilite.
Il peso del gioco sul Pil italiano
Ho voluto poi misurare il peso del gioco sul Pil italiano, che nel 2024 ha raggiunto i 2.192 miliardi di euro. Se rapportiamo la spesa effettiva di 21 miliardi al Pil, otteniamo un’incidenza dello 0,96%. In altre parole, quasi l’1% dell’intera economia nazionale è rappresentato da ciò che gli italiani spendono effettivamente nel gioco.
Ancora più sorprendente è il dato relativo alla raccolta complessiva: 157 miliardi equivalgono al 7,16% del Pil. La raccolta dei giochi vale quindi oltre il 7% della ricchezza prodotta in un anno, un peso paragonabile a quello di interi settori industriali.
Il confronto con il risparmio delle famiglie
In secundis, ho voluto fare anche il confronto con il risparmio che le famiglie italiane detengono in forma liquida, pari a circa 1.364 miliardi di euro. La spesa effettiva per il gioco, quei 21 miliardi che non tornano indietro, rappresenta l’1,54% di questa massa di risparmio. Se invece consideriamo la raccolta totale di 157 miliardi, il rapporto sale all’11,5% del risparmio complessivo.
Il gioco d’azzardo in Italia è un comparto gigantesco: genera gettito fiscale, sostiene una rete capillare di ricevitorie e alimenta un’industria tecnologica e commerciale complessa. Ma nel contempo rappresenta una voce di spesa non trascurabile per milioni di famiglie.
Una morale? Conoscere i numeri
Il gioco d’azzardo non è solo un passatempo: è un fenomeno economico che muove cifre paragonabili a quelle di interi settori produttivi, per esempio l’automotive.
Allora mi sono chiesto: esiste una morale? Quando si guarda alla spesa reale, a quei 21 miliardi che ogni anno non tornano indietro, emerge un dato semplice: il gioco è un settore che cresce perché cresce la partecipazione, non perché aumentano le vincite.
La morale è che non serve demonizzare il gioco, ma serve conoscere i numeri, perché solo quando si capisce quanto pesano davvero si può scegliere con consapevolezza quanto spazio dar loro nella propria vita.
Ezio Pozzati, 5 marzo 2023
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