L'ANALISI

Giorgetti, il rigore è ok ma ora c’è da scansare la crisi

Debito, inflazione e crescita debole impongono prudenza, ma senza interventi anticiclici più forti l’Italia rischia il pantano

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Dfp Giorgetti

Il richiamo di Giancarlo Giorgetti al realismo finanziario coglie un punto essenziale che troppo spesso il dibattito politico preferisce rimuovere: un Paese con il debito pubblico più elevato d’Europa non può permettersi avventurismi di bilancio. Quando il ministro afferma che l’Italia “non è totalmente libera” a causa del proprio indebitamento, fotografa una realtà strutturale che impone disciplina, credibilità internazionale e attenzione ai mercati.

La linea della prudenza sui conti pubblici resta dunque non solo condivisibile, ma necessaria. In una fase in cui la sostenibilità del debito dipende sempre più dalla fiducia degli investitori e dal giudizio delle agenzie di rating, l’idea di uno scostamento incontrollato sarebbe una scelta pericolosa. Giorgetti è consapevole che il ritorno a politiche di spesa indiscriminata produrrebbe effetti devastanti proprio mentre la Bce si prepara a una nuova stretta sui tassi.

Il quadro economico sta peggiorando rapidamente

La coerenza finanziaria, tuttavia, non può trasformarsi in immobilismo. I numeri più recenti mostrano infatti che l’economia italiana sta entrando in una fase più fragile, in cui la sola prudenza rischia di diventare insufficiente.

L’inflazione italiana è balzata ad aprile al 2,8%, contro l’1,7% di marzo, trainata soprattutto dall’impennata dei costi energetici e alimentari. Si tratta di una dinamica che erode il potere d’acquisto delle famiglie, aumenta i costi per le imprese e rischia di comprimere ulteriormente i consumi interni. Parallelamente, il Pil rallenta: la crescita trimestrale è scesa allo 0,2%, mentre la crescita acquisita allo 0,5% resta modesta e fortemente esposta ai rischi geopolitici.

Anche il mercato del lavoro, finora uno dei principali indicatori positivi dell’economia italiana, inizia a mostrare segnali meno brillanti. A marzo gli occupati sono diminuiti di 12mila unità rispetto a febbraio e di 30mila rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di occupazione si è fermato al 62,4%, invariato sul mese ma in calo di 0,3 punti su base annua, mentre il tasso di inattività è salito al 34,1%, con un aumento di un punto rispetto al 2025. Numeri che, pur in presenza di una disoccupazione al 5,2%, segnalano un rallentamento della spinta espansiva e una crescente fragilità del mercato del lavoro. Se inflazione, stagnazione e rallentamento occupazionale si consolidassero contemporaneamente, il rischio sarebbe quello di una pericolosa combinazione tra debolezza economica e tensione sociale.

Il Piano Casa e il taglio delle accise non bastano

In questo scenario, il ragionamento politico ed economico non può fermarsi alla semplice difesa dell’ortodossia fiscale. Mantenere i conti in ordine è indispensabile, ma servono anche strumenti anticiclici mirati.

Il boost all’edilizia attraverso il Piano Casa può offrire un sostegno settoriale importante, così come la proroga del taglio delle accise può attenuare parte della pressione energetica. Tuttavia, queste misure da sole non sono sufficienti ad affrontare una fase macroeconomica più complessa.

L’Italia rischia infatti di trovarsi schiacciata tra più fattori simultanei: costo del denaro in aumento, consumi sotto pressione, investimenti frenati dall’incertezza e competitività energetica compromessa. In un simile contesto, una strategia esclusivamente difensiva rischia di proteggere i saldi di bilancio nel breve termine, ma di indebolire la base produttiva nel medio periodo.

Serve una politica economica selettiva

La vera sfida è dunque evitare due errori opposti: da una parte il ritorno alla spesa facile, dall’altra l’eccesso di prudenza in una fase di rallentamento. Occorre invece una politica economica capace di concentrare risorse su produttività, investimenti privati, energia e sostegno ai redditi da lavoro, senza compromettere la credibilità finanziaria.

La richiesta di Giorgetti di utilizzare pienamente le clausole europee di flessibilità appare, in questo senso, una posizione sensata. Non come scorciatoia per nuovo deficit strutturale, ma come leva temporanea per gestire uno shock esterno che combina guerra, inflazione energetica e rallentamento economico.

Rigore sì, ma con visione strategica

Il ministro ha correttamente ricordato che molte fragilità italiane derivano da scelte del passato, dalla rinuncia al nucleare all’enorme accumulo di debito. Ma proprio per questo, oggi, limitarsi alla gestione ordinaria non basta.

Il governo dovrà dimostrare di saper coniugare disciplina e crescita, preservando la sostenibilità finanziaria senza lasciare l’economia esposta a una frenata prolungata. Perché se è vero che un Paese troppo indebitato non è libero, è altrettanto vero che un Paese fermo, stagnante e schiacciato dall’inflazione rischia di diventarlo ancora meno.

La sfida dei prossimi mesi sarà tutta qui: evitare che il rigore si trasformi in paralisi e che la prudenza, senza adeguati correttivi, finisca per aggravare proprio quei problemi che intende contenere.

Enrico Foscarini, 1 maggio 2026

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