
La giustizia civile italiana continua a procedere “a più velocità”, con differenze che arrivano a essere sette volte superiori tra un tribunale e l’altro. È l’allarme lanciato da Confartigianato, che fotografa un Paese spaccato: dai 132 giorni di Gorizia ai 928 giorni di Vibo Valentia, passando per punte ancora più critiche nelle controversie di lavoro. Una situazione che, secondo l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, “rischia di diventare un fattore di distorsione della competitività delle imprese”.
Il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, parla apertamente di “un freno allo sviluppo”, sottolineando come per le piccole imprese il peso dei contenziosi prolungati e l’incertezza sui tempi delle decisioni giudiziarie si traduca spesso nella rinuncia a investimenti, assunzioni e piani di crescita. Il problema non è solo la lentezza in sé, ma l’imprevedibilità, che rende difficile programmare qualsiasi strategia aziendale.
Le profonde disuguaglianze territoriali
Secondo il Centro studi di Confartigianato, il disposition time medio nazionale della giustizia civile è pari a 364 giorni, ma questa media nasconde squilibri profondissimi. Nel Nord e in parte del Centro si concentrano i tribunali più rapidi, mentre il Mezzogiorno continua a scontare ritardi strutturali. Gorizia guida la classifica dei tribunali più efficienti, seguita da realtà come Vercelli, Biella, Udine, Chieti, Parma e Verona, tutte sotto o intorno ai duecento giorni.
All’estremo opposto si collocano tribunali come Vibo Valentia, Venezia, Vallo della Lucania, Lanusei e Trieste, dove i tempi arrivano a superare abbondantemente i seicento giorni. Anche l’analisi regionale conferma un’Italia a due velocità: Valle d’Aosta, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana mostrano durate contenute, mentre Sardegna, Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria registrano i ritardi più gravi. Nel complesso, nel Centro-Nord i procedimenti si chiudono mediamente in 308 giorni, contro i 443 giorni del Mezzogiorno.
Cause di lavoro: quando l’attesa supera i quattro anni
Ancora più preoccupante è il quadro delle vertenze di lavoro, un ambito cruciale per la stabilità sociale ed economica. A livello nazionale, il disposition time sale a 401 giorni, ma con punte che diventano difficilmente accettabili. A Sulmona si arriva al record negativo di 1.420 giorni, quasi quattro anni, seguita da Lanusei, L’Aquila, Caltanissetta e Lagonegro.
Anche in questo caso il divario territoriale è netto. Nel Centro-Nord le cause di lavoro vengono definite mediamente in 321 giorni, mentre nel Mezzogiorno servono 513 giorni. Confartigianato segnala come questo allungamento dei tempi abbia un impatto diretto non solo sulle imprese, ma anche sui lavoratori, che restano a lungo in una condizione di incertezza economica e professionale.
Un freno storico alla crescita economica italiana
La lentezza della giustizia civile è da tempo considerata una delle principali “palle al piede” dell’economia italiana. Studi di Banca d’Italia, Fondo Monetario Internazionale e Ocse concordano nel definire l’inefficienza giudiziaria un freno strutturale alla crescita. Le simulazioni econometriche mostrano che, se l’Italia riuscisse ad allineare i propri tempi a quelli medi europei o a standard come quelli tedeschi, il beneficio sarebbe enorme.
Nel lungo periodo, una giustizia civile più efficiente potrebbe generare un aumento del PIL tra il 2% e il 2,5%, pari a circa 40 miliardi di euro l’anno. Tradotto in termini concreti, significa una perdita stimata di circa 1.000 euro di reddito pro capite all’anno per ogni cittadino italiano a causa dei ritardi dei tribunali.
Imprese più piccole, meno credito e investimenti in fuga
L’impatto non si limita al Pil. Secondo la Banca d’Italia, una riduzione del 10% della durata dei processi civili favorirebbe una crescita di circa 2% della dimensione media delle imprese. In un Paese caratterizzato da un tessuto produttivo frammentato, questo dato è particolarmente significativo.
La lentezza nei recuperi giudiziali incide anche sul costo del credito. L’incertezza sui tempi spinge le banche a essere più prudenti, riducendo l’offerta o aumentando i tassi. Le stime indicano che con una giustizia più rapida potrebbero essere erogati circa 32 miliardi di euro di finanziamenti aggiuntivi ogni anno alle PMI. A questo si aggiungono circa 3 miliardi di euro annui di costi sostenuti dalle imprese solo per spese legali e amministrative legate ai contenziosi sul lavoro.
Sul fronte internazionale, la difficoltà di far valere i contratti in tempi certi pesa sugli investimenti diretti esteri, che in Italia restano storicamente pari a circa un terzo della media dell’area euro. La perdita stimata è compresa tra 15 e 20 miliardi di euro l’anno di capitali che potrebbero affluire nel Paese.
Pnrr, risorse e il nodo dell’efficienza
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha fissato un obiettivo ambizioso: ridurre del 40% la durata dei processi civili entro il 2026 rispetto ai livelli del 2019. Nonostante gli investimenti e i progressi nella digitalizzazione, come il processo civile telematico in cui l’Italia è tra i Paesi più avanzati in Europa, il divario resta significativo.
Paradossalmente, lo Stato investe cifre rilevanti nel sistema giustizia. Nel triennio 2024-2026 sono previsti 11,4 miliardi di euro per il funzionamento della macchina giudiziaria, mentre i ritardi continuano a generare costi aggiuntivi come i rimborsi previsti dalla Legge Pinto, che ammontano a circa 154 milioni di euro l’anno.
Una riforma non più rinviabile
I dati mostrano con chiarezza che la giustizia civile non è solo una questione giuridica, ma un vero e proprio fattore economico. Ridurre i tempi significa liberare risorse, aumentare la competitività delle imprese, attrarre investimenti e rafforzare la fiducia nel sistema Paese. Senza un’accelerazione strutturale, il rischio è che la giustizia continui a essere, come avverte Confartigianato, un freno silenzioso ma potentissimo allo sviluppo dell’Italia.
Enrico Foscarini, 17 gennaio 2026
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