L'APPROFONDIMENTO

Golden power, dal paracadute alla clava del dirigismo

Il potere speciale del governo è diventato una forma di interventismo di Stato: veti, prescrizioni e il caso Unicredit-Banco Bpm costringono l’Italia a correggere la rotta

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Nel 2025 il golden power ha definitivamente smesso di essere un paracadute da aprire solo in caso di emergenza, trasformandosi in una clava utilizzata con disinvoltura dalla Presidenza del Consiglio. I numeri raccontano una storia chiara: lo strumento nato per difendere la sicurezza nazionale viene ormai impiegato come leva ordinaria di intervento pubblico nell’economia, anche quando le minacce geopolitiche non c’entrano nulla.

Lo stop attraverso il golden power è scattato due volte in un anno, lo stesso numero del 2024. In un caso il governo ha bloccato la cessione del 70% di Tekne, azienda attiva nel settore della difesa, al gruppo statunitense Nuburu. Nell’altro ha opposto il veto all’ingresso del gruppo cinese Xingr Technologies nel capitale di Exsemicon, società dei semiconduttori. Se il dossier cinese rientra nel perimetro classico delle preoccupazioni strategiche, il veto su un investitore americano segnala invece un salto di qualità nell’approccio dell’esecutivo.

Il quadro complessivo è ancora più indicativo. Nel 2025 il governo ha esercitato i poteri speciali in 40 casi su circa 900 notifiche, secondo i dati dell’Osservatorio Golden Power diretto da Michele Carpagnano. A crescere non sono tanto i veti, quanto le prescrizioni: un aumento del 30% degli interventi che impongono condizioni, modificano operazioni societarie o riscrivono assetti industriali. Come osserva Carpagnano, “l’analisi conferma l’espansione dei poteri speciali a tutela degli asset strategici e una progressiva trasformazione del golden power, che da strumento di difesa passivo sta assumendo una funzione attiva e flessibile, portandosi al confine con la politica industriale e la gestione delle filiere strategiche”.

È proprio quel confine ad essere stato superato.

Il caso Unicredit-Banco Bpm e il richiamo di Bruxelles

L’episodio che meglio sintetizza l’eccesso di zelo governativo resta il dossier Unicredit-Banco Bpm, dove l’intervento pubblico ha assunto contorni difficilmente compatibili con il mercato unico. Non a caso la Commissione europea è intervenuta richiamando l’Italia, costringendo l’esecutivo a correggere la disciplina sull’uso del golden power in ambito finanziario.

La reazione del governo è arrivata con la conversione del decreto Transizione 5.0, confluita nella legge 4/2026, che modifica il perimetro dei poteri speciali proprio per evitare nuove frizioni con Bruxelles. L’intervento amplia formalmente la nozione di ordine pubblico e sicurezza nazionale, includendo anche la “sicurezza economica e finanziaria nazionale”, ma introduce al tempo stesso un principio di contenimento: nel settore finanziario il golden power deve fermarsi davanti alle competenze delle autorità di vigilanza e antitrust.

In altre parole, quando esistono presidi regolatori specifici – Bce, Banca d’Italia, Commissione europea e Antitrust – Palazzo Chigi dovrebbe fare un passo indietro. Un principio di buon senso, imposto più dall’Europa che da una convinzione maturata internamente.

Una correzione obbligata, non un cambio di rotta

La riformulazione, però, lascia irrisolte ambiguità significative. I limiti all’esercizio del golden power sono chiaramente previsti quando la notifica riguarda imprese già titolari di asset strategici, ma non sono estesi in modo simmetrico alle acquisizioni di partecipazioni da parte di investitori esterni. Una lacuna difficile da giustificare soprattutto sul fronte antitrust, dove lo scrutinio dovrebbe valere allo stesso modo per tutte le operazioni di controllo.

Anche sul piano procedurale la sensazione è che la correzione sia più formale che sostanziale. Il governo potrà intervenire solo dopo le decisioni delle autorità europee e nazionali competenti, ma resta aperta la porta a interpretazioni che rischiano di allungare i tempi e aumentare l’incertezza per gli investitori. Un terreno su cui l’Italia continua a distinguersi in negativo.

Quando lo Stato vede minacce ovunque

Il problema, in fondo, è politico prima ancora che giuridico. Il golden power viene utilizzato come strumento di indirizzo economico, non più come extrema ratio. La crescita degli interventi in settori come difesa, salute ed elettronica mostra una tendenza chiara: lo Stato si sente legittimato a “mettere becco” in qualsiasi operazione rilevante, anche quando il capitale proviene da Paesi alleati e opera in mercati già iper-regolati.

Il risultato è un messaggio ambiguo verso l’estero: l’Italia resta formalmente aperta agli investimenti, ma solo finché il governo di turno non decide che l’operazione non rientra nella propria idea di interesse nazionale. Un’idea sempre più elastica, che rischia di trasformare la sicurezza in un alibi e il golden power in uno strumento ordinario di dirigismo.

Enrico Foscarini, 1 febbraio 2026

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