L’idea che arriva da Bruxelles con la nuova bozza dell’Industrial Accelerator Act è semplice quanto pericolosa: subordinare gli aiuti pubblici a una lunga serie di requisiti produttivi, percentuali obbligatorie e criteri “verdi”, proprio mentre il sistema industriale europeo è sotto pressione come non mai. La Commissione europea punta a introdurre condizioni stringenti per accedere alle sovvenzioni, imponendo che le auto elettriche siano assemblate nell’Unione europea e contengano almeno il 70% di componenti prodotti nei Ventisette, batterie escluse.
È la traduzione pratica del “Buy European” sostenuto da Parigi: protezionismo industriale mascherato da politica strategica. Il problema è che, mentre Stati Uniti e Cina competono con incentivi massicci e meno burocrazia, l’Europa risponde con nuove regole, nuovi obblighi e nuove soglie da rispettare.
Automotive: la burocrazia prevale
Nel dettaglio, le norme previste dall’Industrial Accelerator Act riguarderebbero veicoli elettrici puri, ibridi plug-in e a celle a combustibile acquistati o utilizzati nell’ambito di appalti pubblici. Non basterà produrre in Europa: servirà dimostrare che il valore dei componenti europei raggiunga determinate percentuali, che il powertrain elettrico abbia una quota minima di origine unionale e che anche i sistemi elettronici rispettino soglie analoghe.
Persino le batterie dovranno contenere un numero minimo di componenti principali prodotti nell’Unione. Alcune condizioni potrebbero essere introdotte gradualmente, ma il messaggio politico è già chiarissimo: più controlli, più certificazioni, più complessità amministrativa.
Il risultato rischia di essere paradossale. Invece di rafforzare la competitività industriale, si aumentano i costi e si rallenta l’innovazione, proprio in un settore dove la velocità è decisiva.
Edilizia, il dirigismo entra negli appalti
Non è solo l’automotive. La bozza dell’Industrial Accelerator Act prevede quote obbligatorie anche per acciaio, alluminio, plastica, calcestruzzo e materiali utilizzati in edilizia e infrastrutture. Negli appalti pubblici, ad esempio, almeno il 25% dell’acciaio dovrà essere a basse emissioni, così come una quota rilevante dell’alluminio e della plastica dovrà essere di origine europea e “green”.
Le stesse condizioni verrebbero applicate ai regimi di sostegno pubblico per famiglie e imprese, includendo ristrutturazioni edilizie e acquisto di veicoli. Significa che anche quando lo Stato aiuta cittadini o aziende, impone contemporaneamente cosa comprare e da chi comprarlo.
È difficile non vedere in questo approccio una deriva pianificatrice: l’intervento pubblico non si limita a creare condizioni favorevoli, ma entra direttamente nelle scelte produttive e di mercato.
Settori strategici: tutto diventa strategico
La proposta amplia inoltre la definizione di settori strategici includendo industrie energivore, tecnologie net-zero e digitale: dalla carta ai prodotti chimici, dall’automotive ai semiconduttori, fino all’intelligenza artificiale e alla robotica.
Quando tutto diventa strategico, però, nulla lo è davvero. Si crea piuttosto un perimetro enorme entro cui giustificare ulteriori interventi pubblici, sussidi selettivi e regolazioni mirate.
Il vero nodo: competitività soffocata
Il punto centrale è politico ed economico insieme. L’Europa ha un problema di competitività strutturale: energia costosa, pressione normativa elevata, tempi autorizzativi lunghi. In questo contesto, la risposta dovrebbe essere liberare capacità produttiva, ridurre vincoli, attrarre investimenti.
Invece si procede nella direzione opposta. Si continua a pensare che l’industria possa essere guidata dall’alto attraverso percentuali, criteri ambientali obbligatori e requisiti territoriali. È un approccio che tradisce una visione profondamente dirigista dell’economia, incapace di riconoscere che innovazione e crescita nascono dalla libertà di impresa, non dalla pianificazione burocratica.
Se l’obiettivo è davvero rilanciare l’industria europea, servirebbe meno ingegneria normativa e più spazio al mercato. Continuare a moltiplicare paletti mentre le imprese arrancano significa ignorare la realtà. E il rischio è che, ancora una volta, a vincere siano i concorrenti globali, non l’Europa.
Enrico Foscarini, 17 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


