L'ANALISI

Pnrr fallimentare e non solo: perché l’Italia cresce poco

Le stime Ue confermano il trend debole del Belpaese. Troppe tasse, produttività ferma, imprese piccole e burocrazia lenta bloccano il Paese

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cottarelli

Le nuove stime della Commissione europea (crescita del Pil 2025 tagliata allo 0,4%) non fanno che confermare ciò che osservatori ed economisti segnalano da anni: l’Italia è tornata su un ritmo di crescita debole, incapace di tenere il passo con il resto d’Europa. È significativo che a dirlo, e con particolare nettezza, sia Carlo Cottarelli, economista riformista e non certo vicino al centrodestra, che nell’intervista alla Stampa sottolinea come «l’Italia cresce troppo poco, soprattutto rispetto ai Paesi del Sud Europa come Grecia, Portogallo e Spagna». Paesi che nei primi anni Duemila arrancavano, ma che oggi recuperano terreno mentre noi, al contrario, rallentiamo.

Una crescita che non decolla

Per Cottarelli il problema è che il Pnrr non ha prodotto l’aumento di capacità produttiva promesso. «Siamo tornati a una crescita dello zero virgola», osserva, spiegando come i fondi europei non siano riusciti a correggere le debolezze che conosciamo da anni. Debolezze che vanno dal livello troppo alto della pressione fiscale alla lentezza della burocrazia, dalla giustizia civile che richiede oltre cinque anni per una sentenza definitiva al costo dell’energia più elevato di altri Paesi europei, anche perché noi abbiamo abbandonato il nucleare mentre la Spagna lo ha mantenuto. A questo si aggiunge un nodo demografico che altrove viene mitigato, come nel caso spagnolo, con flussi migratori regolari e integrati, mentre l’Italia resta un Paese che perde giovani e non compensa il calo della popolazione attiva.

Se il fisco pesa, Cottarelli ricorda che i tagli alle imposte senza adeguata copertura non possono produrre effetti significativi. La riduzione dell’Irpef prevista per il 2026 vale 2 miliardi, «l’1% delle entrate Irpef», troppo poco per muovere l’economia. La via, secondo lui, resta una sola: tagliare la spesa e usare le risorse per alleggerire la pressione fiscale, ma per farlo serve un chiaro mandato popolare, come dimostra l’esperienza argentina di Javier Milei, sbilanciata e non replicabile ma indicativa del contesto politico necessario per un’operazione così complessa.

Le radici della produttività bloccata

Su questo scenario si innesta l’analisi altrettanto severa di Salvatore Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, che a Repubblica ha spiegato come la radice del problema italiano non sia congiunturale, ma strutturale. «La produttività è ferma da trent’anni», afferma. Dopo il rimbalzo post-pandemia, sostenuto dai fondi europei, il Paese è semplicemente tornato al suo consueto percorso: crescita modesta, spesso la metà di quella dei partner europei, e stagnazione. Rossi non ha dubbi: questo non è un incidente, ma il risultato di un tessuto produttivo che soffre di problemi cronici. Le imprese italiane sono mediamente troppo piccole, sottocapitalizzate e tecnologicamente arretrate. Anche nei casi di eccellenza le dimensioni restano inferiori rispetto ai concorrenti europei. Il quadro regolamentare e fiscale non favorisce le aggregazioni e, anzi, spesso le scoraggia.

Secondo Rossi, non si esce da questa trappola a colpi di spesa pubblica, ma con riforme delle regole, dell’amministrazione e dei meccanismi che governano il mercato. Anche il controllo della finanza pubblica diventa fondamentale per mantenere la fiducia dei mercati: non è il livello del debito a preoccupare, ma la percezione che la spesa sia sotto controllo, come avviene in paesi ad altissimo debito come il Giappone.

Il limite strutturale del Made in Italy

In questo quadro si inseriscono i dati del Made in Italy Monitor di Cerved, che mostrano un paradosso ormai evidente: le eccellenze italiane – dall’Agroalimentare alla Moda, dall’Arredo alla Meccanica, dalla Farmaceutica ai Mezzi di trasporto – generano un valore enorme, ma rappresentano una minoranza ristretta, appena il 7,8% delle società di capitali. Eppure producono il 17,2% del valore aggiunto e quasi la metà dell’export nazionale. Il resto del Paese, però, cioè la grande maggioranza delle imprese, produce poco, cresce poco e innova poco.

Il problema della crescita italiana sta tutto qui: un’élite industriale forte e competitiva, circondata da un vasto tessuto produttivo che non riesce a creare valore aggiunto. E nessun governo, con i vincoli di bilancio attuali, può compiere miracoli se non si affronta il nodo vero: rivoluzionare non solo il fisco, ma soprattutto la formazione, la qualità del lavoro e le dimensioni delle imprese, perché senza produttività non c’è crescita possibile.

Come ha ricordato Luca Peyrano, Ceo di Cerved, «il Made in Italy è un ecosistema vitale che unisce imprese, territori e persone». Capire perché funziona è essenziale. Ma capire perché il resto del Paese non funziona lo è ancora di più.

Enrico Foscarini, 18 novembre 2025

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