IL CASO

Fisco, l’Italia è sempre più sexy per i Paperoni globali

Il nostro Paese è terzo al mondo per attrattività dei grandi patrimoni. La flat tax ha funzionato, ma l’aumento a 300mila euro accende il dibattito

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L’Italia conquista il terzo posto mondiale per l’attrattività del fisco sui grandi patrimoni internazionali, subito dietro Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti. A certificarlo sono l’Henley Private Wealth Migration Report 2025 e il Nomad Passport Index 2025, due benchmark ormai centrali per misurare la migrazione dei capitali ad alta intensità. Con 3.600 nuovi ingressi netti di milionari, il nostro Paese si afferma come la principale destinazione europea per i grandi contribuenti mobili, superando concorrenti storici come Svizzera, Portogallo e Grecia.

Non è un risultato casuale. È l’effetto di una scelta precisa compiuta nel 2017, quando l’Italia introdusse il regime fiscale dei nuovi residenti, ispirato al modello dei non dom britannici ma più semplice, stabile e prevedibile. Una flat tax sui redditi prodotti all’estero che ha riportato nel Paese circa 5mila super-ricchi, molti dei quali provenienti da un Regno Unito oggi in piena fuga fiscale dopo l’abolizione dello status agevolato.

Il successo di un modello non punitivo

I numeri raccontano una storia chiara. Nel solo ultimo anno, questi contribuenti hanno garantito al fisco oltre un miliardo di euro di Irpef, ampliando del 10% la platea dei grandi contribuenti già presenti in Italia. Un affare anche per lo Stato, se si considera che questi soggetti pagano in Italia imposte che altrimenti sarebbero finite altrove, oltre a generare un indotto significativo in termini di consumi, investimenti immobiliari, IVA, imposte di registro e occupazione qualificata.

Non siamo di fronte a un paradiso fiscale, ma a un modello liberale europeo che rifiuta la logica punitiva verso la ricchezza. L’Italia compete sulla qualità della vita, sulla certezza del diritto e su una fiscalità trasparente, offrendo un pacchetto che unisce lifestyle e stabilità normativa. Non a caso il Wall Street Journal ha parlato di un “nuovo Rinascimento”, indicando Milano come uno dei poli emergenti dell’élite globale.

L’aumento della flat tax e le critiche liberali

Il dibattito si è riacceso con la decisione del governo di innalzare la flat tax da 200mila a 300mila euro nella legge di Bilancio 2026. Una scelta che, pur non mettendo in discussione il regime, ha sollevato perplessità nel mondo liberale. Come ha osservato Nicola Porro, si tratta del “canarino nella miniera”, il segnale che riaffiora la tentazione di colpire la ricchezza anche quando produce effetti positivi. Secondo questa lettura, intervenire su una misura che funziona rischia di trasmettere un messaggio di instabilità fiscale, storicamente il vero tallone d’Achille italiano.

Le critiche non negano il successo del modello, ma pongono una questione di metodo. Se la flat tax ha attratto capitali, ampliato il gettito e rafforzato la reputazione del Paese, perché modificarla ancora? La risposta del governo è di realpolitik: la domanda per l’Italia resta forte, poco sensibile al prezzo, e l’aumento consente di massimizzare il gettito e rendere la misura più difendibile sul piano politico interno.

Un equilibrio delicato da preservare

I dati, per ora, danno ragione all’Italia. La concorrenza globale è feroce e il capitale è sempre più mobile. L’esempio britannico, con 16.500 milionari in uscita, dimostra cosa accade quando si sceglie la strada dell’inasprimento ideologico. L’Italia, pur con un ritocco al rialzo, resta saldamente nel campo dei Paesi attrattivi. Il punto, per chi guarda da una prospettiva liberista, è non trasformare un successo strutturale in un precedente pericoloso.

Il messaggio che arriva al mondo è ancora positivo: l’Italia non demonizza la ricchezza, la valorizza. Ma proprio per questo, la sfida sarà resistere alla tentazione di considerare i capitali mobili come un bancomat. Perché oggi i numeri premiano Roma, ma domani potrebbero scegliere un’altra destinazione.

Enrico Foscarini, 7 gennaio 2026

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