Economia

La Moda rallenta la crescita. Occhi puntati sulla crisi di Suez

Dal 20 febbraio al via la Fashion Week di Milano. Il Made in Italy vince nel lusso

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La Fashion Week che dal 20 al 26 febbraio riunirà il mondo della moda a Milano per assistere alle sfilate donna vale un “tesoretto” da 70 milioni solo in termini di spesa turistica, con una crescita del 22,6% rispetto al 2019. Sono infatti oltre 63mila i visitatori italiani attesi per la kermesse e più di 50mila quelli stranieri che, si stima, finiranno con spendere in media quasi 1.400 euro a testa. Tutti questi valori sono ampiamente superiori a quelli precedenti alla crisi Covid.

La fotografia sul campo scattata da Confcommercio aiuta a capire quando sia prezioso il settore della Moda per il nostro Paese. Una linfa vitale che scorre dai blasonati brand, ormai sovente di proprietà di multinazionali come Lvmh, Kering o Richemont, fino alle pmi della loro filiera, dove invece ancora sopravvive un’anima quasi artigianale.

Dovrebbe quindi far pensare, anche in termini di sostegno al Pil e all’occupazione nazionale, il fatto che dopo un biennio 2021-2022 brillante, le maggiori aziende della Moda italiana abbiano chiuso il 2023 con un giro d’affari aggregato in crescita del 6%, quindi più o meno allineata all’inflazione.

 

fonte: Ufficio Studi Mediobanca
fonte: Ufficio Studi Mediobanca

 

A trainare i ricavi è stata l’Asia, sottolinea Mediobanca in un articolato studio che passa al setaccio sia le 80 big della moda mondiali e sia le 175 maggiori aziende moda Italia. Il mercato europeo è stato invece sorretto dai turisti e quello gli Stati Uniti ha deluso. Un’ulteriore perdita di spinta è poi attesa nell’anno in corso quando l’aggregato dovrebbe sfiorare i 94 miliardi per una crescita del 3%.

Senza contare, aggiungiamo noi, l’impatto su commerci e forniture della crisi in corso nel Mar Rosso con il blocco del canale di Suez sulle rotte tra il vecchio continente e l’Oriente.

Altro fattore di preoccupazione è peraltro la perdita di spinta del PIl della Cina, dopo la lotta furiosa al Covid con durissimi e protratti lockdown. Il Dragone è infatti ora alle prese con una crisi immobiliare difficile da contenere dopo il crac di Evergrande e con la battuta d’arresto dei consumi.

Ancora poco del mondo della Moda “sfila” poi sulla passerella di Piazza Affari. Solo il 18,4% del giro d’affari aggregato (15,8 miliardi di euro) è infatti prodotto dalle dodici società quotate del panel analizzato dagli esperti di Mediobanca.

Le imprese scambiate in Borsa hanno tuttavia un fatturato medio di 1,3 miliardi, quasi il doppio di quelle non quotate, una redditività decisamente superiore (14,6%) e una maggiore proiezione internazionale, tanto che esportano il 75% di quanto producono.

In particolare alla fine 2023, calcola Piazzetta Cuccia, le società quotate raggiungevano una capitalizzazione di 42,1 miliardi (+5,3% sul 2022), pari al 3,8% del valore dell’Euronext Milan, escludendo Ermenegildo Zegna e Prada che sono quotate all’estero. Prima del settore per capitalizzazione è Moncler.

Giova ricordare, sempre in termini di dimensioni che le 80 multinazionali della moda analizzate da Mediobanca hanno tutte ricavi sopra al miliardo, mentre per le aziende italiane l’asticella da superare era posta 100 milioni. Proprio le big mondiali nel 2023 hanno visto i ricavi salire del 7%.

In particolare, nel 2022 le 80 maggiori multinazionali della moda hanno fatturato complessivamente 566 miliardi (+11,7% sul 2021, superando del 21,6% i livelli pre-pandemici). Mantiene il primo posto Lvmh, seguono a notevole distanza, Nike, la spagnola Inditex-Zara, il colosso degli occhiali EssilorLuxottica e la tedesca Adidas. Prima tra gli italiani è Prada al 33esimo posto in classifica, quindi Oniverse (44esima), Moncler (50esima) e Giorgio Armani (54esima).

Quanto invece al solo comparto delle calzature, il 2023 ha mostrato una crescita moderata (2%) e l’anno in corso potrebbe vedere una lieve contrazione (-1%). Con però un importante distinguo perché  il segmento delle calzature di alta gamma è salito del +6%, mentre le referenze mass-market sono calate con la stessa intensità.

Per approfondire leggi anche: Il WWF fa le pulci ai big del lusso sull’ambiente, ma chi se ne frega; qui, invece, la “prenotazione” da 1,4 miliardi con cui Riad si è presa e il 49% degli Hotel Rocco Forte. Altra dimostrazione di quanto il Belpaese sia una calamita per i grandi investitori internazionali.

Insomma, è proprio sul lusso e sulla qualità che le scarpe Made in Italy possono correre anche all’estero.

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