Economia

L’inflazione all’italiana: più stato meno mercato

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È tornata l’inflazione. Ma ormai la notizia è vecchia. Ma c’è altro che non sapete. Negli ultimi venticinque anni solo una volta, nel 2008, l’indice dei prezzi al consumo aveva superato quota 3% con segni addirittura negativi nel 2016 e nel 2020.

Sulle cause di questa brusca accelerazione, che sta accomunando tutti i paesi occidentali, si è analizzato e scritto molto. Mettendo in luce soprattutto l’effetto negativo che hanno avuto gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche e delle materie prime, così come i colli di bottiglia nell’approvvigionamento dei beni intermedi come i semiconduttori.

C’è però un fatto che non va sottovalutato: l’Italia ha aggiunto all’inflazione importata dall’estero anche alcuni elementi del tutto nazionali che hanno accentuato il rialzo dei prezzi. L’Italia registrava a maggio 2021 il tasso tendenziale più basso. Era infatti +1,2% rispetto ad un anno prima, una variazione inferiore alla media dell’area euro (pari al +2%) e al dato francese (+1,8%) e decisamente più basso di quello tedesco (+2,4%). Nei mesi successivi, però, l’andamento dell’inflazione nel nostro paese ha registrato una crescita più rapida rispetto alle altre grandi nazioni dell’area euro. A febbraio 2022, il tasso tendenziale si attestava infatti al +6,2%, rispetto al +5,5% della Germania e al +4,1% della Francia.

A maggio si è arrivati a quota 6,8% su base annuale, il rialzo maggiore dal 1986.

Quali allora le cause “interne” che hanno determinato negli ultimi mesi questa accelerazione. Innanzitutto due:

1) la fragilità dei meccanismi di mercato soprattutto, come nel campo dell’energia, dove si sono attuate politiche che non sono andate nella direzione di un aumento dell’offerta come è avvenuto con il blocco delle trivelle, lo stop ai rigassificatori, il no pregiudiziale all’energia nucleare;

2) la spinta ai prezzi che è derivata dagli stessi interventi dello Stato, come è avvenuto con il bonus del 110% per l’efficientamento energetico degli edifici.

Quest’ultimo punto lo ha ammesso lo stesso ministro dello Sviluppo economico: «Il governo aveva cercato di limitare il superbonus – ha affermato in un’intervista Giancarlo Giorgetti – poi il Parlamento ha deciso di allargare le maglie, anche troppo. Ora costerà moltissimo. Stiamo mettendo un sacco di soldi sull’edilizia che, per carità, può aver avuto senso sostenere nella fase più dura della pandemia e di certo contribuisce chiaramente alla crescita. Ma ora droghiamo un settore in cui l’offerta di imprese e manodopera è limitata. Stiamo facendo salire i prezzi e contribuiamo all’inflazione».

Il meccanismo del 110% è infatti un sistema diabolico per ampliare in senso negativo gli effetti della legge fondamentale del sistema economico: la legge della domanda e dell’offerta. Lo Stato paga infatti a piè di lista e per il committente e l’impresa edile non c’è nessuna ragione per tenere i prezzi bassi, prezzi che peraltro sono subito schizzati in alto proprio per il forte aumento della domanda di lavori edili, dato il tempo limitato entro cui devono essere concluse le opere.

La logica dei bonus, che i governi negli ultimi anni hanno varato a piene mani, ha peraltro un doppio effetto negativo: da una parte riduce l’effetto indicatore che ha il prezzo nelle scelte economiche; dall’altra aumenta la spesa e quindi il debito pubblico.

Proprio il debito pubblico, soprattutto in un paese come l’Italia dove il livello è tra i più alti d’Europa, costituisce un altro elemento che spinge indirettamente verso l’alto l’inflazione. Lo spread Btp/Bund, che nelle ultime settimane è rimasto costantemente sopra quota 200, significa maggior spese per interessi, maggiori costi per rifinanziare il debito pubblico, maggiori oneri per gli investimenti: tutta benzina sul fuoco dei prezzi.

Più Stato e meno mercato quindi. Anche per questo l’inflazione non può che preoccupare.

Gianfranco Fabi, 19 giugno 2022

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