IL MONDO ALL'INCONTRARIO

Manovra, in audizione il “processo” al ceto medio

Bankitalia, Corte dei Conti, Istat e Upb criticano il taglio Irpef da 440 euro l’anno perché "avvantaggia i ricchi"

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Dalle audizioni sulla manovra arriva un messaggio chiaro, e per molti inquietante: le istituzioni guardano solo ai poveri, dimenticando chi lavora e produce. Bankitalia, Corte dei Conti, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio si schierano – di fatto – contro il ceto medio, criticando il taglio Irpef da 440 euro l’anno, cioè appena 36,6 euro al mese. Una cifra che, per chi è quotidianamente schiacciato da tasse e inflazione, suona come una beffa.

Le parole di Fabrizio Balassone, vicecapo del Dipartimento di Economia e statistica della Banca d’Italia, riassumono bene l’impostazione: «Le misure contenute nel ddl bilancio si può stimare che non comportino variazioni significative della disuguaglianza». Tradotto: nessun beneficio reale per chi paga le imposte e tiene in piedi il Paese. Sempre secondo Bankitalia, la riduzione dell’aliquota Irpef favorirebbe solo “i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, con aumenti percentualmente modesti del reddito disponibile. In sostanza, anche quando si prova ad alleggerire il peso fiscale, si finisce sotto accusa.

E non basta. Balassone ha aggiunto che «è improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori». Il segnale è chiaro: chi produce deve continuare a pagare, chi riceve assistenza deve essere sempre protetto. Un paradigma che, in un Paese dove il ceto medio è già in sofferenza, rischia di diventare insostenibile.

L’Upb, attraverso la presidente Lilia Cavallari, conferma la stessa impostazione: la riduzione di due punti di aliquota coinvolge poco più del 30% dei contribuenti, circa 13 milioni, e “circa il 50% delle risorse assorbite dalla misura affluisce all’8% dei contribuenti con reddito più elevato. Ma si parla di cifre minime: 408 euro medi per i dirigenti, 123 per gli impiegati, 23 per gli operai. Siamo lontanissimi da un reale alleggerimento fiscale.

Anche la Corte dei Conti interviene con toni critici. Secondo Mauro Orefice, “qualche perplessità suscita la modifica di alcuni parametri tecnici per il calcolo dell’Isee”, che potrebbe alterare l’accesso a servizi come asili e mense. Ancora una volta, la preoccupazione riguarda i meccanismi di redistribuzione verso le fasce più fragili, mai un cenno a chi, tra mutui, tasse e inflazione, rischia di scivolare nella povertà pur lavorando.

Infine, l’Istat rincara la dose: “Sì, il taglio dell’Irpef avvantaggia le famiglie più ricche”, ha detto l’analista Claudio Vicarelli. Ma davvero 440 euro l’anno possono essere considerati un privilegio? Qui ci stiamo prendendo in giro. La verità è che chi paga sempre tutto continua a essere trattato come un problema, non come una risorsa.

Le audizioni, più che un’analisi tecnica, sembrano una presa di posizione ideologica. Si parla solo dei poveri, dei sussidi, dell’assistenza, come se l’unica priorità fosse redistribuire la ricchezza prodotta da chi lavora. È un segnale preoccupante: lo Stato non può continuare a spremere chi si dà da fare per sostenere chi non produce. Le tasse vanno abbassate, non rimescolate.

Il ceto medio non chiede privilegi, ma rispetto. E 36 euro al mese di riduzione fiscale non sono rispetto: sono un insulto.

Enrico Foscarini, 6 novembre 2025

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