L'ANALISI

Meloni accelera su casa e lavoro, il ceto medio può attendere

La premier punta l'azione di governo su Piano Casa, lavoro povero e riforma del Patto di Stabilità. Manca un anno dalle elezioni: chi produce va messo al centro

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meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito alla Camera che il governo non ha intenzione di fermarsi sul terreno della riduzione della pressione fiscale, sottolineando che “compatibilmente con il quadro della finanza pubblica, continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale a cittadini, famiglie e imprese”. Il messaggio è chiaro: la promessa di alleggerire la pressione fiscale resta al centro dell’agenda anche nella prossima legge di Bilancio, insieme alla prosecuzione della riforma tributaria e alla definizione del codice tributario, destinato a riordinare una materia rimasta per troppo tempo frammentata.

Nel bilancio politico dell’esecutivo trovano spazio i 100 miliardi recuperati dalla lotta all’evasione, il taglio del cuneo fiscale da 18 miliardi l’anno, la riduzione dell’Irpef e la crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno, con l’estensione dei meccanismi della ZES unica a tutto il territorio nazionale. Un quadro che punta a rafforzare l’immagine di un governo attento alla crescita e alla semplificazione, ma che lascia ancora aperto il nodo della riduzione strutturale dell’Irpef per il ceto medio, rinviata alla prossima manovra.

Priorità ai redditi medio-bassi

Il cuore delle iniziative più imminenti sembra orientato soprattutto verso redditi medio-bassi e categorie fragili. Il Piano Casa annunciato dalla premier, con oltre 100mila alloggi tra edilizia popolare e prezzi calmierati nei prossimi dieci anni, nasce per rispondere a una fascia crescente di cittadini che non rientra nelle graduatorie pubbliche ma fatica a sostenere i prezzi del mercato. Meloni ha parlato di “uno Stato giusto che non deve lasciare queste persone nel limbo”, spiegando che l’obiettivo è aiutare chi lavora a camminare con le proprie gambe.

Lo stesso approccio emerge sul lavoro povero, dove il governo intende rafforzare la contrattazione collettiva e introdurre nuove regole per migliorare la qualità dell’occupazione. La premier ha respinto le accuse dell’opposizione sulla precarietà, sostenendo che “da quando si è insediato questo governo è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato”, citando i dati Istat su 1,2 milioni di occupati stabili in più e 550 mila precari in meno. Anche qui la direzione è evidente: tutela dei lavoratori più fragili e sostegno ai redditi più bassi, con un’attenzione particolare all’occupazione femminile e al recupero del potere d’acquisto.

Patto di Stabilità ed Ets

Sul piano europeo, invece, la linea del governo appare più incisiva e politicamente centrata. L’apertura alla sospensione temporanea del Patto di Stabilità in caso di nuova crisi internazionale rappresenta una presa di posizione che intercetta un problema reale: l’Europa non può continuare a imporre rigidità solo ad alcuni Paesi mentre le grandi economie utilizzano margini di deficit con maggiore libertà. Meloni ha parlato della necessità di un provvedimento generalizzato e non di deroghe nazionali, un’impostazione che rafforza la richiesta di maggiore equilibrio nelle regole fiscali europee.

Positiva anche la battaglia sull’Ets e sul costo dell’energia, con l’obiettivo di ridurre la volatilità dei prezzi e impedire che il sistema penalizzi le rinnovabili e gonfi artificialmente i costi energetici. Il fatto che il Consiglio europeo abbia riconosciuto la possibilità di misure nazionali urgenti per mitigare il prezzo dell’energia rappresenta un risultato politico non trascurabile e indica una maggiore capacità negoziale dell’Italia su un tema cruciale per la competitività delle imprese.

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Sanità e servizi: la sfida resta aperta

Anche sulla sanità il governo rivendica l’aumento del Fondo sanitario nazionale a 143 miliardi nel 2026 e l’impegno a ridurre le liste d’attesa, con un sistema di monitoraggio regione per regione che dovrebbe consentire interventi più mirati. La premier ha sottolineato che “il nostro impegno deve essere più forte, più concreto, più visibile nella vita quotidiana delle persone”, chiedendo una collaborazione più stretta con le Regioni per evitare che il sistema si inceppi.

Si tratta di una linea che prova a tenere insieme responsabilità nazionale e autonomia territoriale, ma che dovrà dimostrare nei fatti di riuscire a ridurre tempi e disuguaglianze territoriali, uno dei problemi strutturali del sistema sanitario italiano.

Il ceto medio non può restare in secondo piano

Il punto politico più delicato resta però quello della distribuzione delle priorità economiche. A poco più di un anno dalle elezioni, la strategia del governo appare fortemente orientata verso i redditi più bassi e le categorie più fragili, mentre il ceto medio continua ad attendere una riduzione significativa dell’Irpef e una riforma fiscale più incisiva. È una scelta comprensibile nel breve periodo, soprattutto in un contesto economico ancora incerto, ma che rischia di lasciare scoperta una parte fondamentale dell’elettorato.

Il centrodestra ha tradizionalmente costruito il proprio consenso su professionisti, partite Iva (le uniche ad aver ottenuto un beneficio concreto dall’esecutivo con l’ampliamento della flat tax), famiglie produttive e contribuenti regolari, cioè su quel ceto medio che chiede meno tasse, meno burocrazia e più crescita. Se queste aspettative restano rinviate troppo a lungo, il rischio non è tanto lo spostamento del voto quanto l’astensione, come dimostrato anche dalla recente consultazione referendaria: quando lo zoccolo duro dell’elettorato si sente trascurato, tende a disertare le urne.

Un equilibrio tra protezione sociale e crescita

Il messaggio che emerge dall’informativa alla Camera è quindi duplice. Da un lato c’è un governo che rivendica risultati concreti e che si muove con pragmatismo su casa, lavoro, energia e regole europee; dall’altro resta la necessità di riequilibrare l’agenda economica verso il ceto medio, accelerando sulla riduzione dell’Irpef e sulla competitività del sistema produttivo.

La sfida dei prossimi mesi sarà proprio questa: mantenere l’attenzione su chi è in difficoltà senza perdere di vista chi produce reddito, investe e sostiene il sistema fiscale. Perché una politica economica efficace non può limitarsi a redistribuire, deve anche creare le condizioni per crescere, e a un anno dalle elezioni il tempo per trovare questo equilibrio non è infinito.

Enrico Foscarini, 9 aprile 2026

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