IL FATTO

Mercosur, ancora un altro stop

Il rinvio alla Corte Ue blocca il libero scambio. Bruxelles sbaglia metodo e l’Europa paga le sue contraddizioni

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ursula vdl

Dopo oltre venticinque anni di negoziati, l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur si ferma di nuovo. Il Parlamento europeo ha deciso, con una maggioranza risicatissima, di rinviare il testo alla Corte di giustizia Ue per un parere legale, congelando la possibilità di una ratifica rapida e infliggendo un colpo politico diretto alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che aveva spinto con decisione sull’acceleratore.

Formalmente si tratta di un passaggio giuridico, ma politicamente è molto di più: è il segnale di un’Europa che fatica a prendere decisioni strategiche sul commercio internazionale e che continua a oscillare tra apertura dei mercati e riflessi difensivi. Fuori dall’Eurocamera, a Strasburgo, gli agricoltori hanno festeggiato parlando di “vittoria”, mentre dentro l’Aula si consumava una frattura trasversale, con gruppi politici spaccati e interessi nazionali tornati prepotentemente al centro della scena.

Il metodo sbagliato di Bruxelles

Il problema non è il libero scambio in sé. Anzi, per economie esportatrici come quelle europee, e in particolare per l’Italia, l’apertura dei mercati resta uno strumento essenziale di crescita. Il Mercosur offre opportunità concrete a settori industriali ad alto valore aggiunto e rappresenta una leva geopolitica importante in un mondo sempre più segnato da protezionismo e dazi.

Il nodo è piuttosto il metodo scelto dalla Commissione. Tentare di chiudere l’accordo riducendo il ruolo del Parlamento europeo ha alimentato diffidenze e reazioni politiche. È su questo terreno che si è innestata la critica di Coldiretti, secondo cui il rinvio alla Corte rappresenta “una risposta politica alle follie della presidente Ursula von der Leyen e della sua ristretta cerchia di tecnocrati”, accusati di voler imporre l’intesa svuotando le prerogative democratiche dell’Eurocamera. Una denuncia che intercetta un disagio reale: le decisioni economiche non possono essere solo tecnicamente corrette, devono anche essere politicamente legittime.

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Libero scambio sì, ma senza ipocrisie

Difendere il libero scambio non significa ignorare le contraddizioni europee. L’Unione impone ai propri produttori vincoli ambientali, sanitari e burocratici sempre più stringenti, salvo poi aprire il mercato a beni che non rispettano gli stessi standard. Questo corto circuito alimenta il malcontento e offre argomenti a chi trasforma ogni accordo commerciale in un nemico da abbattere.

Il rinvio del Mercosur, però, rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rallentare l’Europa mentre il resto del mondo riorganizza le proprie catene del valore. Non a caso, Berlino ha definito “deplorevole” la scelta del Parlamento europeo e ha invitato a proseguire almeno sull’applicazione provvisoria dell’accordo, già prevista dal testo.

La lezione di Panetta

In questo scenario frammentato, le parole del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta offrono una chiave di lettura più ampia. “Abbiamo molte certezze su come agiranno i dazi e su come il commercio internazionale sarà influenzato”, ha spiegato, osservando che “il mondo è più furbo dei vincoli e il commercio si è riallocato”. Le esportazioni cinesi, ha ricordato, non sono crollate, ma hanno semplicemente cambiato rotta, passando da Paesi terzi per aggirare le barriere.

È una lezione che l’Europa farebbe bene a imparare. Bloccare o rinviare gli accordi non ferma la globalizzazione, la rende solo meno trasparente e più costosa. Il libero scambio resta un ottimo strumento, ma richiede istituzioni credibili, regole chiare e meno ipocrisie. Continuare a rimandare significa solo lasciare ad altri la guida del commercio globale.

Enrico Foscarini, 22 gennaio 2026

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