A Siena il Monte dei Paschi è ancora una banca, ma nel dibattito politico rischia di diventare soprattutto un ottimo test per misurare la confusione del Campo largo. Tutti d’accordo nel difendere Siena, l’occupazione, l’identità e l’integrità di Mps. Tutti meno d’accordo, però, quando si tratta di capire chi dovrebbe decidere davvero del futuro della banca.
Il consiglio comunale straordinario sulle «iniziative a salvaguardia di Banca Mps» ha prodotto un documento unitario nel quale si afferma che «l’integrità di Banca Mps è interesse prima di tutto del Paese». Unità raggiunta senza particolari difficoltà, almeno sulla carta. Perché dietro l’unanimità cominciano subito a comparire le crepe. E soprattutto le diverse convenienze politiche.
La sindaca: «Non chiediamo privilegi»
La sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, ha messo subito le mani avanti: «Siena non chiede privilegi, non chiede di fermare il mercato e di portare indietro le lancette della storia. Chiede che ogni soluzione venga valutata anche sulla sua capacità di creare valore e non distruggerlo; di mantenere occupazione e competenze; di preservare un importante centro decisionale italiano; di garantire concorrenza. Il Monte dei Paschi deve rimanere integro, crescere senza perdere se stesso». Una posizione difficilmente contestabile, almeno nei principi. Nessuno vuole fermare il mercato e nessuno, a parole, vuole sostituire alle logiche industriali quelle della politica.
Il problema arriva subito dopo: se decide il mercato, decide il mercato. E allora bisogna anche accettare che le partite finanziarie vengano giocate dagli azionisti e dagli operatori interessati, senza pretendere che la politica possa scegliere il vincitore, indirizzare le mosse o trasformare una banca in una specie di monumento da proteggere con le transenne. Fabio ha poi allargato il ragionamento: la difesa dell’integrità del Monte «non riguarda soltanto una banca, una città o la Toscana. Riguarda un patrimonio economico, industriale, professionale e sociale che appartiene al sistema Italia. L’identità è anche un valore industriale». Il punto è proprio questo: identità e valore industriale devono essere dimostrati sul mercato, non certificati dalla politica.
Giani e quel 4,8% che improvvisamente pesa tantissimo
Poi è arrivato Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, e il quadro si è fatto decisamente più interessante. Dopo l’intervista dell’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri, che aveva annunciato il mantenimento della direzione centrale del nuovo Monte a Siena, Giani ha cercato di chiarire la propria posizione. Ma la richiesta è stata tutt’altro che neutrale.
«Il ministero dell’Economia non sia neutrale sull’Opas Intesa e faccia pesare la sua quota azionaria del 4,8% per difendere l’identità della banca senese e il mantenimento della sede a Siena», ha detto. Ed eccolo, il piccolo dettaglio che rende il dibattito molto meno teorico: il mercato sì, purché la politica faccia pesare il proprio 4,8 per cento. Insomma, il Campo largo sembra avere scoperto una nuova teoria economica: il mercato deve essere libero, ma sarebbe meglio se prima il ministero gli spiegasse discretamente quale risultato dovrebbe produrre.
Il Pd: una linea per ogni occasione
Le parole di Giani hanno finito per mettere in evidenza le differenze all’interno del Pd e del Campo largo sull’offensiva Intesa-Unipol. Francesco Michelotti, parlamentare di Fratelli d’Italia, ha ricordato innanzitutto la posizione della premier Giorgia Meloni, contraria allo smembramento del Monte e favorevole al mantenimento di marchio, identità e integrità della banca.
Ma Michelotti ha richiamato anche le parole della segretaria del Pd Elly Schlein, secondo cui il Governo dovrebbe rimanere neutrale sul risiko bancario. E poi ci sono le parole di Matteo Renzi, pronunciate alla Festa dell’Unità di Bologna: «Il Governo non interferisca, la finanza rossa deve poter avere la sua possibilità di giocare la partita». A questo punto il problema non è più soltanto capire quale sarà il destino di Mps. È capire quale sia il destino della linea politica del Campo largo. Perché mentre a Siena si chiede di difendere la banca, a Roma si invoca la neutralità del Governo e a Firenze si guarda con interesse alle mosse di Intesa, qualcuno sembra aver perso il filo del discorso.
Bonaccini e lo «sgarbo» che torna dal passato
A complicare ulteriormente la faccenda ci ha pensato Stefano Bonaccini. A una Festa dell’Unità sull’Amiata, il presidente dem ha risposto a brutto muso a una domanda sul Monte, ricordando lo «sgarbo» della banca senese ai tempi della scalata di Unipol su Bnl.
Un richiamo al passato che rende ancora più difficile raccontare la vicenda come una semplice questione di strategie industriali. Perché nel risiko bancario, evidentemente, entrano anche memorie, rancori e vecchi conti politici. E così il Campo largo si ritrova a discutere di una banca con una mano sul manuale del libero mercato e l’altra sul registro delle vecchie ruggini.
A Firenze, invece, Intesa non dispiace
Non ci sono soltanto i vertici dem e il partito emiliano. Anche i parlamentari fiorentini, come dimostrano le parole di Renzi, guarderebbero con favore all’Opas di Intesa. Una posizione che non arriva esattamente da un angolo irrilevante del sistema toscano.
A Firenze, infatti, Intesa esercita un peso considerevole attraverso la ex Cassa di Risparmio e la Fondazione Cr Firenze è azionista di Ca’ de Sass. E allora la fotografia diventa piuttosto surreale: Siena vuole Mps integro, Giani chiede al Mef di usare il suo 4,8%, Schlein predica neutralità, Renzi invoca il libero gioco della finanza e Bonaccini ricorda gli sgarbi di una vecchia partita bancaria. Tutti insieme, appassionatamente.
Il vero problema? Perdere un altro pezzo di potere
Forse il punto della discussione è molto più semplice di quanto non sembri. Mps è una banca e il suo futuro dovrebbe essere valutato innanzitutto sulla base di interesse degli azionisti, solidità industriale, capacità competitiva, valore creato e prospettive occupazionali. La politica può e deve occuparsi delle conseguenze economiche e sociali di una grande operazione, ma non può pretendere di sostituirsi al mercato. E invece, dietro le dichiarazioni solenni sull’identità, sul territorio e sull’interesse nazionale, si intravede una paura molto più concreta: perdere un altro pezzo di potere.
Per Siena il Monte non è soltanto una banca. È storia, economia, occupazione e identità. Ma per una certa politica è stato anche, per decenni, un pezzo importante di sistema. Ed è forse questo il vero motivo per cui oggi il Campo largo appare così diviso: non perché manchino le opinioni sul futuro di Mps, ma perché manca un accordo su chi rischia di perdere qualcosa quando la partita sarà finita. Il mercato, nel frattempo, potrebbe persino avere la pretesa di fare il mercato. E questa, per la politica, rischia di essere la parte più difficile da accettare.
Il Campo largo e il grande dilemma del Monte
Alla fine resta una domanda molto semplice: chi deve decidere il futuro di Mps? Se la risposta è il mercato, allora la politica dovrebbe limitarsi a garantire che la partita si giochi secondo regole trasparenti, tutelando gli interessi generali senza trasformarsi nell’arbitro che decide anche il risultato. Se invece la risposta è che il Governo deve «far pesare» la propria partecipazione, che Siena deve essere protetta a prescindere e che le vecchie partite politiche tornano utili per orientare quelle nuove, allora sarebbe forse più onesto dirlo apertamente.
Perché il vero problema del Campo largo sul Monte dei Paschi non sembra essere soltanto quale banca debba prevalere. È che, per una volta, potrebbe essere il mercato a decidere. E qualcuno, nel centrosinistra, non sembra ancora aver deciso se questa sia una buona o una pessima notizia.
Enrico Foscarini, 4 settembre 2026
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