Economia
IL FATTO

Nomine: chiuse Fs e Consob, ma la partita è ancora lunga

Su Trenitalia e parchi pugliesi la partita resta aperta. Il vero nodo è il sistema

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C’è una narrazione che si ripete puntualmente ogni volta che si apre un dossier di nomine pubbliche in Italia, quella di un governo paralizzato dalle proprie liti interne. La realtà, guardata con un minimo di attenzione ai fatti, racconta però anche altro. Nel giro di poche settimane l’esecutivo ha chiuso due partite che si trascinavano da mesi: il vertice di Ferrovie dello Stato, rimasto scoperto dopo le dimissioni di Stefano Donnarumma, e la presidenza della Consob, vacante addirittura da oltre quattro mesi.

Sono due casi che meritano di essere raccontati per quello che sono, cioè la dimostrazione che, quando la politica trova la quadra, i tempi possono essere anche rapidi. Ma la stessa cronaca restituisce pure il rovescio della medaglia con la partita di Trenitalia ancora aperta e lo scontro sui parchi nazionali pugliesi che ha prodotto una doppia bocciatura clamorosa in commissione alla Camera.

Il caso Fs, tempi record dopo l’addio di Donnarumma

Appena due settimane dopo le dimissioni di Stefano Donnarumma, l’assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato Italiane ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione per il triennio 2026-2028, confermando Tommaso Tanzilli alla presidenza e affidando al nuovo board l’incarico di nominare Gianpiero Strisciuglio amministratore delegato, arrivando così dalla guida di Trenitalia al vertice dell’intero gruppo.

La scelta di azzerare l’intero consiglio uscente, anziché limitarsi a cooptare nuovi amministratori, non è stata casuale il percorso individuato dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini come indicazione politica e dal ministero dell’Economia in quanto azionista unico, tramite il Mef, ha permesso al nuovo cda di partire con un mandato pieno di tre anni, anziché ereditare il solo anno residuo del consiglio precedente. Lo stesso Salvini, annunciando la convocazione dell’assemblea, aveva chiarito che le scelte sul tavolo avrebbero riguardato «non solo il nuovo ad ma l’intera squadra Fs».

Restano tuttavia caselle scoperte. La sostituzione di Strisciuglio al vertice di Trenitalia è il classico nodo che rivela come, anche a governo ampiamente coeso su altri dossier, il meccanismo delle nomine tenda a trasformarsi in un terreno di scontro tra alleati. Da una parte la Lega di Salvini guarderebbe con favore a una promozione interna all’azienda, penalizzando magari il direttore per l’Alta velocità Simone Gorini o il direttore tecnico Domenico Scida, dall’altra Fratelli d’Italia, per bocca del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, avrebbe indicato come propria opzione preferita Sabrina De Filippis, attuale amministratrice delegata di Fs Logistix. Un dossier che, complice anche la pausa estiva, difficilmente si chiuderà prima di settembre, insieme a quello, in parte collegato, della guida di Rfi.

Consob, chiusa una vacanza durata oltre quattro mesi

Anche sul fronte delle authority indipendenti l’esecutivo ha risolto in questi giorni uno dei dossier più delicati. Con la scadenza dell’8 marzo del mandato di Paolo Savona, la presidenza della Consob era rimasta scoperta per oltre quattro mesi, un periodo durante il quale la guida dell’Autorità è stata assicurata dalla presidente vicaria Chiara Mosca. Il governo ha indicato Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Antitrust, come nuovo presidente, un profilo tecnico con un percorso professionale legato da oltre trent’anni al sistema delle authority italiane. Una nomina che sarà ratificata oggi dal Consiglio dei ministri.

Laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, Stazi ha partecipato nel 1991 alla fondazione della stessa Autorità garante della concorrenza e del mercato, per poi guidare come capo di gabinetto l’Agcom dal 2005 al 2012 e ricoprire il ruolo di segretario generale della Consob dal 2013 al 2017, negli anni della presidenza di Giuseppe Vegas. Un curriculum che pesa più di ogni etichetta di partito, e che spiega perché la scelta sia stata presentata come la chiusura naturale di un dossier tecnico più che come un regolamento di conti politico.

Proprio il giorno prima dell’annuncio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo all’incontro annuale con il mercato finanziario a Piazza Affari, aveva anticipato che «questa settimana ci occuperemo di Consob», definendo il lavoro della presidente vicaria Mosca «una relazione equilibrata con apertura anche allo scenario di evoluzione europea che è in corso». Poche ore dopo è arrivata l’indicazione che ha chiuso il dossier. Resta ancora scoperta l’Antitrust, priva di un vertice da oltre due mesi, segno che la partita delle authority non si esaurisce con un solo tassello.

Il fronte più caldo, i parchi nazionali pugliesi

Se sui grandi dossier nazionali la macchina ha in fondo funzionato, è sul terreno più minuto delle nomine territoriali che si misura la fatica del sistema. La commissione Ambiente della Camera ha bocciato in settimana le candidature presentate dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per due parchi nazionali pugliesi, quello del Gargano e quello dell’Alta Murgia, dopo che gli stessi nomi erano stati concordati con i territori.

Il caso più clamoroso riguarda Giuseppe Colucci, il cui nome era già stato approvato dalla commissione al Senato appena due mesi fa senza alcuna obiezione, salvo poi essere respinto alla Camera. Dietro la bocciatura ci sarebbe una tensione tutta interna a Fratelli d’Italia, con il partito che avrebbe preferito puntare su Nicola Loizzo, coordinatore locale ad Altamura e nome vicino al sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Sul fronte del Gargano, invece, la bocciatura di Vincenzo D’Errico nascerebbe da una frattura interna a Forza Italia, con una componente pugliese del partito che avrebbe puntato su Raffaele Di Mauro. Il deputato del Pd Marco Simiani, commentando il doppio stop, ha parlato di una «maggioranza nel caos», una lettura di parte ma che fotografa bene la percezione esterna del pasticcio.

Non è un dettaglio da poco. La stessa Corte dei conti, nel frattempo, ha segnalato che la mancata costituzione degli organi di governo del parco dell’Alta Murgia comporta «una situazione di prolungata vacanza istituzionale, con possibili riflessi negativi sulla continuità amministrativa». Il ministro Pichetto Fratin resta comunque libero di confermare le nomine bocciate, dato che i pareri parlamentari non sono vincolanti, ma è difficile immaginare che due mandati nascano senza qualche ipoteca politica.

Il problema non è la maggioranza, è il numero di poltrone da assegnare

Tirando le fila, il quadro che emerge non racconta tanto l’incapacità di una specifica maggioranza di governarsi, quanto un limite strutturale del sistema italiano delle nomine pubbliche. Ogni volta che lo Stato controlla, direttamente o indirettamente, centinaia di poltrone in società partecipate, authority ed enti territoriali, la fisiologica ricerca di un equilibrio tra le diverse sensibilità politiche si trasforma quasi automaticamente in terreno di scontro. Non è un problema esclusivo di questa maggioranza, né di questo o quel partito, ma la conseguenza diretta di un perimetro pubblico ancora troppo esteso, in cui il numero delle nomine da assegnare finisce per dare alla politica un potere contrattuale sproporzionato rispetto al merito delle scelte stesse. Non è un caso che entro il 30 settembre dovrebbero essere riempite 103 caselle in 35 enti pubblici, agenzie e autorità amministrative indipendenti in scadenza, come riporta il dossier «Le nomine negli enti pubblici» stilato dal Servizio per il controllo parlamentare della Camera dei Deputati.

Più poltrone ci sono da spartire, più aumentano le occasioni di frizione tra alleati e, spesso, all’interno degli stessi partiti, come dimostrano proprio i casi di Colucci e D’Errico, entrambi bocciati non da avversari esterni ma da fuoco amico. Ridurre il numero di enti, società e authority sottoposte a nomina politica, e rafforzare al contempo i criteri tecnici di selezione come quello che ha portato alla scelta di Stazi per la Consob, resta probabilmente l’unica strada per evitare che ogni cambio al vertice si trasformi in un negoziato interno alla maggioranza di turno, chiunque essa sia.

Enrico Foscarini, 14 luglio 2026

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