Economia

IL CASO

Nomine pubbliche, è partito il giro di valzer 2026

Dalle grandi partecipate di Stato alla Consob, il governo sceglie la continuità. Tra risultati di mercato e influenze della politica

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Nel caos geopolitico e nelle incertezze dell’economia globale, in Italia c’è una costante che non vacilla: la stagione delle nomine pubbliche. Con la scadenza di fine marzo per i vertici delle principali società partecipate, il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto una parola d’ordine chiara e politicamente rassicurante: continuità. A Palazzo Chigi il messaggio è sintetizzato in una formula che dice molto anche sul rapporto tra Stato e mercato: “niente esperimenti”.

Il valzer delle poltrone coinvolge energia, difesa, trasporti, finanza e autorità indipendenti. Parliamo di circa quaranta tra amministratori delegati e presidenti, oltre cento consiglieri di amministrazione, senza contare la guida della Consob e, a seguire, il comandante generale della Guardia di Finanza. Una macchina imponente che, nonostante la retorica dell’efficienza manageriale, resta profondamente politica.

Continuità manageriale

La scelta di confermare molti amministratori delegati viene motivata dal governo con “una fase storica molto delicata e dagli ottimi dati di mercato” delle aziende interessate. È un argomento razionale e, in parte, condivisibile. Claudio Descalzi all’Eni viene definito “insostituibile”, Flavio Cattaneo in Enel è accreditato di aver riportato la società fuori dall’area di rischio finanziario, Roberto Cingolani in Leonardo e Matteo Del Fante in Poste Italiane possono esibire risultati solidi. Secondo il Corriere, c’è qualche incertezza solo sulla riconferma di Giuseppina Di Foggia a Terna.

Ma c’è anche un secondo livello di lettura, meno neutrale. Confermare manager nominati tre anni fa dallo stesso esecutivo significa anche rivendicare la bontà delle scelte politiche fatte allora, riducendo al minimo le tensioni tra alleati e sterilizzando il dibattito pubblico.

Il confine sottile tra mercato e Stato

Il tema centrale non è tanto il nome dell’amministratore delegato, quanto il perimetro dell’intervento pubblico. I dati del centro studi CoMar parlano chiaro: le società controllate dallo Stato rappresentano oltre il 14% del Pil italiano, con 312 miliardi di fatturato, più di mezzo milione di dipendenti e un peso decisivo anche nei conti pubblici grazie ai dividendi. Undici delle quindici maggiori aziende italiane per dimensione sono partecipate statali o fortemente influenzate dal pubblico.

È un’anomalia strutturale per un Paese che si dichiara economia di mercato. La fotografia di CoMar secondo cui “le grandi aziende che l’Italia può vantare sono prevalentemente le partecipate statali” non è solo una fotografia, ma una diagnosi. Il capitalismo di Stato garantisce stabilità nel breve periodo, ma riduce concorrenza, frena l’innovazione e rafforza la commistione tra potere politico e gestione industriale.

Presidenti e consiglieri

Il governo rivendica un metodo: “sugli amministratori delegati si fanno solo ragionamenti manageriali”. Traduzione esplicita: la politica si esercita altrove. Presidenti e consigli di amministrazione restano il terreno naturale della mediazione tra partiti, correnti e territori. Non è un’anomalia di questo esecutivo, ma una prassi consolidata che continua a pesare sulla qualità della governance pubblica.

Lo stesso schema si ripete nella seconda grande tornata di nomine attesa nel 2026, l’ultima prima delle elezioni del 2027. Centododici consiglieri per diciassette società partecipate, con la presidente del Consiglio a fare da perno tra gli equilibri interni alla maggioranza. Molte presidenze sono in bilico, a partire da quella di Eni dove l’ex comandante generale della Finanza, Giuseppe Zafarana, dovrebbe lasciare il proprio incarico. Anche perché il successore Andrea De Gennaro è in scadenza. Ed è prassi che gli alti vertici militari, una volta terminato il loro compito, si siedano sulla poltrona più alta di una partecipata pubblica.

Autorità “indipendenti”

Il capitolo più delicato riguarda le autorità di controllo e gli enti pubblici. Consob (per la cui presidenza sarebbe in pole l’attuale sottosegretario all’Economia Federico Freni), Antitrust, Enac, Ispra, Agenas, Anvur e decine di altri organismi sono chiamati al rinnovo dei vertici. Si tratta, sulla carta, di istituzioni autonome, nate per garantire regolazione e concorrenza. Nei fatti, restano esposte al ciclo politico e alle logiche di nomina governativa.

Cose che accadono quando lo Stato è al tempo stesso regolatore, azionista e decisore delle carriere.

Enrico Foscarini, 10 gennaio 2026

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