
Il dibattito sull’oro della Banca d’Italia è tornato a incendiare il confronto politico dopo la proposta di Fratelli d’Italia di dichiarare che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». Una modifica solo in apparenza formale, che secondo i tecnici del Tesoro aprirebbe «una sorta di nazionalizzazione a contenuto espropriativo della riserva aurea». Una definizione pesante, arrivata direttamente sulle scrivanie del ministero dell’Economia e destinata a tradursi in un parere ufficiale contrario del governo.
Il Mef boccia la proposta
La prima criticità riguarda la titolarità della competenza sull’oro, che non è nazionale ma europea. È il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea ad attribuire al Sistema europeo delle banche centrali la gestione delle riserve ufficiali degli Stati membri. Anche l’oro rientra in questo perimetro, rendendo il controllo delle riserve un elemento essenziale per la stabilità finanziaria dell’Eurozona. La Bce, ricordano i tecnici, considera indispensabile un «pieno ed effettivo controllo» da parte delle banche centrali su gestione, conservazione e negoziazione dei lingotti.
È un vincolo che i proponenti dell’emendamento non hanno considerato fino in fondo. Un eventuale trasferimento allo Stato eluderebbe inoltre il divieto di finanziamento monetario, violando il principio di indipendenza finanziaria che costituisce uno dei pilastri dell’Eurosistema.
Il rischio esproprio
Definire l’operazione come una “nazionalizzazione” non è una forzatura retorica. Per i tecnici del Mef, la modifica aprirebbe un problema di legittimità costituzionale, soprattutto per quanto riguarda il bilanciamento tra sovranità nazionale e limiti derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea. Il tema, delicatissimo, non è stato affrontato dai promotori dell’emendamento, che puntano a un trasferimento dell’oro allo Stato senza una valutazione preventiva delle implicazioni giuridiche.
Le riserve auree italiane
Le 2.452 tonnellate di oro custodite e gestite da Bankitalia non sono un patrimonio casuale. Risalgono alla nascita stessa dell’istituto nel 1893, quando la fusione tra gli antichi istituti di emissione portò alla creazione della banca centrale dell’Italia unita. Da allora la dotazione è cresciuta fino a raggiungere un livello che oggi colloca l’Italia al quarto posto al mondo, dietro Federal Reserve, Bundesbank e Fondo Monetario Internazionale.
Il loro ruolo è chiaro: rafforzare la fiducia nella stabilità finanziaria del Paese e dell’euro. Per questo compito sono iscritte nel bilancio della Banca d’Italia e non in quello dello Stato, e per questo devono restare nella disponibilità operativa del Sebc e della Bce.
L’emendamento non funzionerebbe
Anche se la norma fosse approvata, non cambierebbe molto. Lo Stato non potrebbe comunque utilizzare l’oro per finanziare spese o ridurre il debito. Una proprietà “teorica”, simile a una «nuda proprietà», ma priva di effetti concreti, perché la gestione dell’oro resterebbe in ogni caso sotto l’ombrello europeo. Un precedente parere della Bce del 2019 lo aveva già chiarito, sottolineando che qualsiasi interferenza con la gestione delle riserve viola l’indipendenza delle banche centrali.
Un nuovo fronte di tensione con l’Europa
L’approvazione dell’emendamento senza un parere preventivo della Bce aprirebbe un ulteriore conflitto con Bruxelles. La recente procedura d’infrazione sul golden power dimostra quanto gli equilibri tra prerogative nazionali e competenze europee siano oggi rigidissimi. Innescare un braccio di ferro su un asset strategico e sensibile come l’oro rischierebbe di moltiplicare le frizioni.
In un contesto già complesso, ingaggiare battaglie su più fronti rischia di rivelarsi una strategia perdente. L’oro della Banca d’Italia resta un pilastro dell’equilibrio finanziario nazionale ed europeo, e toccarlo senza aver valutato tutte le conseguenze significa esporsi a un terremoto giuridico, istituzionale e politico.
Enrico Foscarini, 28 novembre 2025
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