PREVIDENZA

Perché conviene iniziare presto a versare nel fondo pensione

Dal 2027 cresce l’età pensionabile. Ma chi investe presto in un fondo pensione può garantirsi fino a 130mila euro in più

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pensioni giovani

Il sistema pubblico continuerà a garantire solo il 66-68% dello stipendio alle future pensioni, secondo la recente audizione dell’Upb. Significa perdere circa un terzo del reddito nel passaggio dal lavoro alla pensione. Nonostante ciò, la previdenza complementare in Italia cresce lentamente. A diciotto anni dal “semestre di silenzio-assenso” del 2007, solo il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione. Percentuali ancora più basse se si considerano solo coloro che versano regolarmente.

Divari territoriali e di genere

Il Trentino-Alto Adige resta un’eccezione con due lavoratori su tre iscritti a una forma di previdenza integrativa, anche grazie a politiche locali e a un recente bonus pensione per i nuovi nati. Nessun’altra regione supera però il 50%. In fondo alla classifica si trovano Campania e Sicilia, con adesioni inferiori al 29%.

Il gap di genere resta forte. Tra i 55 e i 64 anni il 48% degli uomini ha un fondo pensione, contro il 42% delle donne. Nella fascia 25-34 anni il divario cresce: 33,2% degli uomini contro 25,5% delle donne. Le pensioni femminili sono più leggere fino al 30% nella vecchiaia, e anche i versamenti medi mensili restano inferiori (120 euro contro i 315 dei lavoratori senior maschi nei fondi aperti).

Quanto capitale si matura

In base ai calcoli di Moneyfarm, chi accantona regolarmente riesce a costruire capitali molto diversi in base all’età e alla forma di investimento scelta.
Un lavoratore che inizia a versare a 30 anni in un fondo aperto può accumulare fino a 131.000 euro al momento del ritiro. Chi comincia a 40 anni perde circa 15.000 euro, mentre chi inizia a 60 anni vede più che dimezzato il capitale.

Ecco alcune stime:

  • 30 anni: fino a 131.100 euro (uomo, fondo aperto)
  • 40 anni: 115.490 euro
  • 50 anni: 93.010 euro
  • 60 anni: 62.730 euro

Come riassume Andrea Rocchetti, Global Head of Investment Advisory di Moneyfarm: “La sostenibilità del sistema pensionistico pubblico è sempre più sotto pressione: spendiamo già oltre il 15% del Pil in pensioni e, tra quindici anni, la quota potrebbe superare il 17%. La combinazione di bassa natalità, ingresso tardivo nel mondo del lavoro e maggiore longevità mette a rischio il patto tra generazioni su cui si regge il welfare italiano. In questo contesto, la previdenza complementare diventa uno strumento imprescindibile”.

Dal 2027 l’età pensionabile salirà gradualmente

Dal 2027 scatta l’aumento automatico dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita. Il requisito salirà di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028, raggiungendo 67 anni e 3 mesi. Saranno esclusi solo i lavoratori con mansioni usuranti o gravose (come edili, facchini, turnisti e maestre d’asilo).

Questo meccanismo, introdotto con le riforme Sacconi e Fornero, serve a garantire la sostenibilità del sistema. Se la vita media cresce, anche l’età di pensionamento deve aumentare: il “rischio positivo” della longevità si traduce quindi in più anni di lavoro. Le proiezioni indicano che, se il trend proseguirà, il requisito potrà salire a 68 anni e 3 mesi nel 2046 e fino a 69 anni e 6 mesi nel 2050, in caso di forte incremento della longevità.

Tfr e fondi pensione: un’occasione mancata

Dal 2007 al 2024, solo il 24% del Tfr generato è stato conferito ai fondi pensione, mentre il resto è rimasto nelle aziende. Eppure, il Tfr investito nella previdenza integrativa gode di tassazione agevolata (dal 15% al 9%), contro il 23-43% di quello lasciato in azienda. Nel 2024 la percentuale è leggermente migliorata (26%), ma resta troppo bassa.

Tutti i lavoratori possono comunque decidere di spostare il proprio Tfr:

  • nelle aziende sotto i 50 dipendenti, anche quello maturato in passato;
  • in quelle sopra i 50, solo il Tfr futuro.

Vantaggi fiscali: fino a 1.800 euro l’anno

I contributi versati nella previdenza complementare sono deducibili fino a 5.164 euro l’anno, con risparmi fiscali tra il 23% e il 43% a seconda del reddito. Chi ha iniziato a lavorare dal 2007 può sfruttare un bonus aggiuntivo di 2.582 euro annui per cinque anni, se non ha utilizzato il massimale nei primi anni di carriera.

Nel 2026, con la nuova riduzione dell’aliquota Irpef dal 35% al 33%, questi vantaggi fiscali resteranno centrali per incentivare la previdenza integrativa.

Per i lavoratori autonomi in regime forfettario, non è possibile dedurre i contributi, ma la pensione integrativa non verrà tassata al momento dell’erogazione.

La previdenza integrativa può anticipare l’uscita

Dal 2025, le somme accumulate in un fondo pensione potranno essere utilizzate anche per anticipare l’uscita a 64 anni, nel caso non si raggiungano i requisiti contributivi per la pensione anticipata.

Iniziare presto, anche da bambini

Alcune regioni e Paesi europei stanno sperimentando formule innovative. Il Trentino-Alto Adige ha introdotto un bonus nascita da 1.100 euro da destinare ai fondi pensione, mentre la Germania valuta di erogare 10 euro al mese ai neonati per il loro futuro previdenziale. Simulazioni mostrano che investendo 10 euro al mese dalla nascita, si può arrivare a 73.000 euro a 67 anni. Iniziare 10 anni dopo riduce il capitale potenziale di oltre il 40%.

I mercati azionari, nel lungo periodo, offrono i rendimenti migliori: fino a 4,7 volte superiori rispetto alle linee bilanciate. Inoltre, i fondi pensione permettono di usare fino al 75% del capitale per spese sanitarie o per la prima casa.

Il tempo è il vero alleato

La previdenza integrativa non è solo un’integrazione, ma una necessità concreta. Agire subito significa sfruttare vantaggi fiscali, costruire un capitale personale crescente e, in alcuni casi, anticipare il pensionamento. Come ricorda Moneyfarm, “il tempo è un alleato decisivo: agire subito è il miglior modo per garantirsi serenità e mantenere il proprio tenore di vita”.

Enrico Foscarini, 11 novembre 2025

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