L'APPROFONDIMENTO

Petrecca, un caso che smaschera il “sistema Rai”

Oltre 2.000 giornalisti, concorsi "a senso unico" e nessuna mobilità. Le Olimpiadi rivelano il vero problema della Rai: il servizio pubblico costa, ma non ha qualità

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Paolo Petrecca avrà anche collezionato una serie di gaffe clamorose durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali, ma ridurre tutto a una resa dei conti personale significa non voler vedere il problema vero. Aprire i quotidiani con titoli indignati, invocare dimissioni e imbastire scioperi delle firme può servire a costruire una narrazione, non certo a spiegare come funziona davvero la Rai.

Il punto non è un direttore imbarazzante. Il punto è un sistema.

Oltre 2.000 giornalisti e più di 200 milioni l’anno

Al 31 dicembre 2024 il Gruppo Rai contava 12.361 dipendenti. Di questi, 2.091 sono giornalisti. Un esercito che rappresenta circa il 17% dell’organico totale, ma che pesa molto di più sul costo complessivo del personale.

Nel 2024 il costo del personale ha raggiunto 1,056 miliardi di euro. Se si considera una retribuzione media lorda, comprensiva degli oneri aziendali, tra i 100 e i 110mila euro a giornalista, il costo stimato della categoria si colloca tra 210 e 230 milioni di euro l’anno.

Le retribuzioni sono fissate dal Contratto nazionale giornalistico: un redattore ordinario parte da 65-80mila euro lordi, un caposervizio viaggia tra 90 e 110mila, un caporedattore o inviato supera spesso i 120-130mila. Il direttore di Rai Sport (che però è inquadrato nei ruoli dirigenziali e non in quelli puramente giornalistici), nel 2024, ha percepito 217.781 euro lordi, di cui circa 198mila di parte fissa.

Numeri che in qualunque azienda privata sarebbero legati a risultati, performance e possibilità di sostituzione. In Rai no.

Un organico ipersindacalizzato e inamovibile

La Rai ha un corpo redazionale blindato. I giornalisti sono ipersindacalizzati, spesso politicamente collocati, e soprattutto difficilmente spostabili o rimovibili senza consenso. Le carriere, in molti casi, sono cresciute all’ombra delle appartenenze, delle correnti interne e degli equilibri sindacali.

Il paradosso è che, mentre si parla continuamente di “professionalità interne”, la Rai non può agire come un’azienda normale. Non può acquisire liberamente competenze dall’esterno. Non può scegliere sul mercato il miglior telecronista, il miglior inviato, il miglior direttore. Deve passare dai concorsi.

Concorsi che formalmente dovrebbero garantire trasparenza, ma che nella prassi vengono “indirizzati” dalle correnti e dal sindacato. Il risultato è un sistema chiuso, autoreferenziale, impermeabile al merito.

E poi ci si stupisce se accadono disastri.

Il caso Bulbarelli e la sostituzione silenziosa

Prima di Petrecca, la telecronaca della cerimonia olimpica era stata affidata ad Auro Bulbarelli, vicedirettore di Rai Sport, con anni di esperienza nelle principali corse ciclistiche internazionali. Durante la conferenza stampa di presentazione, Bulbarelli ha anticipato che il presidente della Repubblica avrebbe riservato una sorpresa “paragonabile a quanto avvenuto alle Olimpiadi di Londra del 2012 con Elisabetta II e James Bond”.

Ha fatto il suo mestiere: ha dato una notizia. Troppo bene.

Dal Colle sarebbero partite telefonate irritate. Risultato: rimozione. E silenzio generale. Nessuna levata di scudi sindacale per un collega allontanato per aver rivelato un retroscena. Nessuno sciopero delle firme.

Poi arriva Petrecca, inciampa in una serie di errori, e improvvisamente scatta la mobilitazione morale. Il Cdr di Rai Sport giudica “irricevibile” l’invito dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi a “evitare strumentalizzazioni”. Usigrai e Fnsi si allineano. Sciopero annunciato dopo la fine dei Giochi.

La domanda è inevitabile: davvero il problema è solo Petrecca?

La Rai che non può cambiare

In Rai il massimo della pena sembra essere uno stipendio da oltre 200mila euro per essere parcheggiati altrove, magari con una delega alle relazioni istituzionali. “Fate pace”, è stato l’invito dell’ad a redazione e direttore. Traduzione: si sistema tutto.

Intanto si continua a ripetere che chiamare un professionista dall’esterno sarebbe una “violenza di classe”, perché le competenze sarebbero tutte già in casa. È il mantra dei duemila giornalisti corazzati, convinti che la Rai sia l’ombelico del mondo.

Ma se davvero le professionalità interne fossero sufficienti, perché ogni cambio di direttore scatena guerre di corrente? Perché le promozioni sono sempre oggetto di sospetti? Perché ogni errore diventa una resa dei conti politica?

La verità è che la Rai somiglia più al suo sistema che ai suoi direttori. Petrecca può aver vinto il Super G dello strafalcione, ma l’argento va a chi ha costruito negli anni una macchina rigida, costosa e incapace di selezionare liberamente il merito.

“Non è uno sciopero contro Petrecca”

Non è “la sinistra” che sciopera contro Petrecca. È un modello di servizio pubblico inefficiente che mostra le sue crepe. È un’azienda che non può scegliere, non può premiare davvero, non può sostituire rapidamente chi sbaglia, non può pescare sul mercato senza passare da meccanismi che sanno più di appartenenza che di competenza.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: polemiche infinite, qualità altalenante, costi elevatissimi coperti dal canone.

A questo punto la scelta è semplice. Si può continuare a fingere che tutto si riduca a un direttore imbarazzante. Oppure si può prendere atto che il problema è strutturale.

E magari, per le prossime Olimpiadi Invernali, scegliere Eurosport. Si paga, certo. Ma almeno si è sicuri della qualità.

Enrico Foscarini, 12 febbraio 2026

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