
La tutela delle minoranze linguistiche è prevista dalla legge 482/99, ma questo non significa che ogni euro speso sia automaticamente ben impiegato. La convenzione tra Presidenza del Consiglio e Rai per la lingua arbëreshë (una variante dell’albanese antico) in Calabria – pubblicata oggi in Gazzetta Ufficiale – prevede infatti un esborso pubblico di oltre 1,1 milioni di euro per poco più di un anno di attività.
Nel dettaglio, si parla di 135 ore radio e 37 ore televisive, con un costo che, rapportato al numero stimato di parlanti (circa 50mila persone in un’area di 80mila abitanti), porta a cifre pro capite non trascurabili. Si tratta di circa 6.400 euro per ora prodotta e di 22 euro per ciascun beneficiario delle trasmissioni (ammesso che le guardino o le ascoltino). È un dato che merita attenzione, perché non esiste spesa pubblica neutrale: paga sempre il contribuente.
Tutela sì, ma a quale prezzo
La base giuridica è chiara. La legge 482/1999 attua l’articolo 6 della Costituzione che stabilisce che “la Repubblica tutela la lingua e la cultura” delle minoranze storiche. E il contratto di servizio della Rai traduce questo principio in obblighi concreti, tra cui la produzione di contenuti dedicati.
Ma tra il principio e la sua attuazione si apre uno spazio enorme. Garantire un diritto non implica automaticamente accettare qualsiasi livello di spesa, soprattutto quando i risultati sono difficili da misurare. Il rischio, infatti, è che la tutela si trasformi in una forma di finanziamento strutturale poco efficiente, dove una parte consistente delle risorse viene assorbita da costi organizzativi, apparati e procedure.
Un sistema frammentato che fa lievitare i costi
Il caso arbëreshë non è isolato. La Rai gestisce diverse convenzioni per le minoranze linguistiche, ma lo fa in modo disomogeneo: alcune comunità hanno strutture dedicate (come in Calabria dove la sede regionale Rai è un centro di produzione) e finanziamenti consistenti, altre sopravvivono con progetti sporadici. È il caso della Regione Puglia dove i fondi della 482/99 sono spesi per la doppia toponomastica nelle aree del franco-provenzale nel Foggiano e del greco in Salento, mentre la produzione audiovisiva è demandata all’uso di fondi regionali devoluti alla stessa Rai per la produzione di documentari dedicati alle minoranze. Discorso diverso per il francese, il tedesco e lo sloveno. Quest’ultimo è foraggiato dalle previsioni del Trattato di Osimo con la ex-Jugoslavia, mentre Bolzano e Valle d’Aosta sono Regioni a statuto speciale che dedicano fondi propri per francofoni e germanofoni. Lo stesso discorso vale per il ladino.
Questa frammentazione genera un effetto evidente: micro-sistemi costosi, duplicazioni amministrative e poca trasparenza sui risultati reali. In altre parole, invece di un modello efficiente, si è costruito un mosaico di interventi difficili da valutare nel loro complesso.
E mentre alcune realtà beneficiano di finanziamenti stabili, altre – con numeri simili o inferiori – restano ai margini, creando una disparità che non sempre trova giustificazione nei dati.
Paghiamo tutti, decidono pochi
C’è poi un aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico: questi fondi non sono volontari. Non si tratta di iniziative sostenute da chi crede nella causa, ma di risorse prelevate attraverso la fiscalità generale.
Questo cambia completamente il quadro. Perché quando la spesa è pubblica, il criterio dovrebbe essere quello dell’efficacia e della responsabilità, non solo quello dell’intenzione.
Se i programmi vengono trasmessi in orari marginali o non riescono a coinvolgere le nuove generazioni, il rischio è concreto: trasformare oltre un milione di euro in un sussidio alla memoria, più che in uno strumento di vitalità linguistica.
Un’alternativa possibile: meno Stato, più società
La tutela delle minoranze non è in discussione. Ma il modo in cui viene realizzata sì. Esiste infatti un’altra strada, spesso trascurata: affidare un ruolo centrale all’iniziativa privata e alle comunità stesse. Associazioni culturali, fondazioni, editoria locale, piattaforme digitali e produzioni indipendenti potrebbero garantire una tutela più flessibile, più innovativa e soprattutto più legata alla domanda reale.
In questo scenario, lo Stato potrebbe limitarsi a un ruolo di supporto leggero, evitando di sostituirsi completamente alla società civile. Il risultato sarebbe una tutela meno burocratica e potenzialmente più efficace.
Una domanda che resta aperta
Il punto, allora, non è negare il valore della lingua arbëreshë né il principio della sua tutela. Il punto è chiedersi se l’attuale modello sia davvero il modo migliore per raggiungere questo obiettivo.
Perché tra il “tutelare” e lo “spendere bene” c’è una differenza sostanziale. E ignorarla significa accettare che ogni politica pubblica, anche la più nobile, possa diventare semplicemente un’altra voce di costo.
Enrico Foscarini, 17 aprile 2026
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).