
L’adeguamento ai nuovi standard europei sugli imballaggi non è un’operazione a costo zero, ma si configura come una vera e propria tassa occulta sulla produzione. Le stime di settore indicano che la riprogettazione forzata del packaging e la sostituzione di materiali consolidati, come quelli contenenti bisfenoli o PFAS, richiederanno investimenti diretti che per una piccola impresa possono oscillare tra i 10.000 e i 50.000 euro per singola linea di prodotto. Questo esborso non serve a migliorare la qualità del contenuto, ma esclusivamente a garantire la conformità normativa entro le scadenze del 2026. A questi costi si aggiungono le sanzioni per il mancato rispetto delle nuove quote di riempimento: il regolamento vieta infatti gli imballaggi “gonfiati”, imponendo che lo spazio vuoto non superi il 50% del volume totale, una misura che costringe le aziende a cambiare l’intero parco macchine di confezionamento.
Sul fronte operativo, la spinta verso il riuso forzato rischia di generare un’impennata dei costi logistici e igienici senza precedenti. Il passaggio dal riciclo al riuso comporta processi di lavaggio e sanificazione che, secondo le proiezioni della filiera, potrebbero portare a rincari dei costi operativi fino al 30% per le aziende della somministrazione. Questi aumenti, legati a un maggiore consumo di risorse idriche e di energia per i cicli di pulizia, finiranno inevitabilmente per pesare sul portafoglio del consumatore finale, alimentando una nuova ondata inflattiva giustificata da obiettivi ambientali che, alla prova dei fatti, appaiono controproducenti in termini di emissioni complessive.
Il paradosso del riuso
Le criticità maggiori emergono nel divario tra la realtà operativa e le visioni dei tecnici di Bruxelles. Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, punta il dito contro i sotterfugi dei tecnocrati della Commissione che, attraverso l’uso di documenti interpretativi, starebbero tentando di imporre restrizioni bocciate in sede politica. Questo approccio rischia di generare una vera e propria paralisi della filiera, rendendo inapplicabili le norme a causa di una complessità documentale che non tiene conto della velocità richiesta dai mercati moderni.
Un esempio lampante di questa distorsione è l’imposizione del riuso degli imballaggi per il settore della ristorazione e dell’asporto. Entro il 2027, i pubblici esercizi dovranno accettare contenitori portati dai clienti, e dal 2028 saranno obbligati a offrire opzioni riutilizzabili. Eppure, i dati scientifici della filiera dimostrano che il riuso, rispetto al riciclo efficiente, potrebbe causare un incremento del 64% nel consumo d’acqua e del 91% nelle emissioni di CO2. Questa forzata transizione si tradurrà inevitabilmente in rincari per i consumatori finali, poiché i costi di lavaggio, igienizzazione e logistica inversa non potranno che ricadere sul prezzo del prodotto.
Migliaia di euro in “certificazioni di carta”
Oltre agli investimenti tecnici, le imprese devono fare i conti con un appesantimento burocratico spaventoso. Ogni singola SKU, ovvero ogni codice prodotto a magazzino, richiederà una Dichiarazione di Conformità MOCA (Materiali a Contatto con gli Alimenti) molto più dettagliata, con audit dei fornitori che possono costare tra i 900 e i 2.000 euro per ogni certificazione. Si introduce inoltre il concetto di passaporto digitale dell’imballaggio, un onere documentale che obbliga le aziende a tracciare ogni componente della confezione in tempo reale. Per una media azienda alimentare che gestisce centinaia di referenze, questo si traduce in migliaia di ore lavorative sottratte alla produzione per essere dedicate esclusivamente alla gestione di scartoffie e verifiche amministrative.
La complessità del sistema è tale che la filiera degli imballaggi, caratterizzata da una frammentazione estrema, rischia la paralisi operativa. Non si tratta solo di produrre in modo diverso, ma di sostenere il costo di una sorveglianza burocratica permanente. Gli oneri amministrativi legati alla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) e alle nuove etichettature armonizzate richiederanno consulenze legali e tecniche specializzate che peseranno sui bilanci aziendali con costi annuali ricorrenti. In questo scenario, il rischio è che molte realtà d’eccellenza del Made in Italy, impossibilitate a sostenere tali costi fissi, vengano espulse dal mercato a vantaggio di grandi gruppi multinazionali o di importazioni extra-UE che riescono a eludere le maglie dei controlli burocratici grazie a zone d’ombra normative.
Enrico Foscarini, 24 febbraio 2026
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