L'ANALISI

Carta, se il riciclo ignora il mercato

L'economia circolare è un punto di forza italiano, ma se genera perdite e distorsioni serve ripensarlo

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carta riciclo

L’Italia è spesso indicata come un modello virtuoso nel riciclo della carta, grazie a un’elevata raccolta differenziata e a una filiera industriale storicamente solida. Un risultato che va riconosciuto, soprattutto sul piano ambientale. Ma il fatto che un sistema funzioni sul piano teorico o normativo non significa automaticamente che funzioni anche sul piano economico. Ed è proprio qui che emergono le prime crepe.

Nel 2025 sei impianti cartari su circa centocinquanta hanno cessato l’attività, un evento raro per un settore rimasto stabile per oltre un decennio. Secondo Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, si tratta «del sintomo più evidente di una perdita di competitività strutturale». Un allarme legittimo, ma che merita di essere letto anche in modo meno unilaterale, senza trasformare ogni difficoltà industriale in una colpa del contesto esterno o delle regole europee.

Export di carta da riciclare: anomalia o segnale di mercato?

Oggi circa il 25% della carta raccolta in Italia viene esportata, pari a oltre 1,7 milioni di tonnellate l’anno. Assocarta legge questo dato come una stortura del sistema, perché la materia prima lascia il Paese per poi rientrare sotto forma di prodotto finito, a maggiore valore aggiunto. «Esportiamo una materia prima povera e reimportiamo un prodotto finito ricco», osserva Poli, sostenendo che questo contraddice la vocazione manifatturiera italiana.

Ma da una prospettiva liberale il punto è un altro: se una materia prima viene esportata stabilmente, significa che il mercato trova altrove condizioni migliori per valorizzarla. Il problema, quindi, non è l’export in sé, ma il fatto che il sistema italiano non riesca a competere su costi, efficienza e flessibilità. Attribuire tutto a una “fuga di valore” rischia di nascondere responsabilità più diffuse, che coinvolgono imprese, regolatori e politiche pubbliche.

Capacità produttiva inutilizzata e rigidità strutturali

Le cartiere italiane lavorano mediamente tra il 70 e il 75% della capacità produttiva, mentre per un’industria a ciclo continuo l’equilibrio economico richiederebbe livelli prossimi al 90–95%. Secondo Assocarta questo squilibrio spinge automaticamente il sistema a esportare materia prima. Ma anche in questo caso la domanda da porsi è più scomoda: perché quella capacità resta inutilizzata?

Se domanda e materia prima esistono, come sostiene l’associazione, allora il problema non è quantitativo ma qualitativo. Costi fissi elevati, rigidità operative, scarsa integrazione verticale e un contesto regolatorio complesso rendono meno conveniente produrre in Italia rispetto ad altri Paesi. In un’economia di mercato, quando un’attività non sta in piedi senza protezioni o compensazioni, il segnale non dovrebbe essere ignorato.

Costi energetici e ambiente: fattori reali, ma non alibi

È innegabile che il costo dell’energia penalizzi l’industria italiana rispetto a Francia, Germania o Spagna, dove le cartiere riescono a vendere a prezzi inferiori anche di dieci euro a tonnellata. Allo stesso modo, la gestione degli scarti del macero è più onerosa in Italia, dove spesso il loro smaltimento genera costi invece di valore energetico.

Tuttavia, una lettura liberale suggerisce cautela nel trasformare questi elementi in una richiesta implicita di sussidi o trattamenti di favore. Se il sistema ambientale e fiscale rende strutturalmente antieconomica un’attività, la risposta non può essere solo quella di compensare le perdite. Il rischio è di cristallizzare inefficienze, anziché stimolare innovazione, investimenti e modelli industriali più competitivi.

L’Asia come sbocco

L’aumento delle esportazioni di carta da riciclare verso l’Asia, in particolare verso l’India, è spesso descritto come una minaccia. Tra gennaio e ottobre 2025 le esportazioni europee verso questo mercato sono cresciute di oltre il 60%. Poli parla di un acquirente “opportunista”, ricordando il precedente cinese e il crollo dei prezzi seguito alla chiusura delle importazioni.

Il rischio esiste, ma vale una considerazione più ampia: un sistema sano non dovrebbe dipendere da divieti o barriere per funzionare. Se la sostenibilità economica del riciclo italiano regge solo finché l’export è limitato o controllato, allora il problema è a monte. La vera vulnerabilità non è l’Asia, ma l’incapacità di competere senza protezioni.

Riciclo sì, ma non a prescindere dal valore economico

Secondo uno studio di Assocarta, riciclare in Italia tutta la carta oggi esportata porterebbe a un aumento della produttività del 27%, a 1.360 nuovi posti di lavoro e a una crescita del Pil di 1,4 miliardi di euro l’anno. Numeri interessanti, ma che andrebbero letti insieme ai costi necessari per ottenere quei risultati e alle distorsioni che eventuali incentivi potrebbero generare.

Il riciclo resta un obiettivo condivisibile. Ma non può trasformarsi in un fine in sé, scollegato dalla sostenibilità economica. Se un sistema ambientale produce perdite strutturali, prima o poi qualcuno quelle perdite le paga: imprese, contribuenti o consumatori.

Una vera economia circolare ha bisogno di concorrenza

Il punto centrale, allora, non è difendere ogni impianto o ogni segmento della filiera, ma creare condizioni in cui riciclare convenga davvero, senza scorciatoie. Energia più competitiva, regole ambientali coerenti, meno burocrazia e più libertà di investimento sono strumenti più efficaci di qualunque intervento emergenziale.

L’Italia dispone di competenze industriali e di una forza lavoro qualificata, come ricorda lo stesso Poli. Ma valorizzarle significa accettare anche la disciplina del mercato. In caso contrario, il rischio non è solo esportare materia prima, ma continuare a costruire sistemi che funzionano sulla carta e falliscono nei conti economici. Un lusso che, in un’economia aperta, difficilmente ci si può permettere.

Enrico Foscarini, 25 gennaio 2026

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