LA NOVITÀ

Medici di famiglia, la riforma Schillaci cambia tutto

I camici bianchi diventano dipendenti pubblici e hanno obbligo di servizio nelle Case di Comunità. Il pagamento sarà per obiettivi e non per numero di assistiti. I sindacati protestano

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Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha presentato alle Regioni uno schema di decreto legge che ridisegna in profondità il ruolo dei medici di famiglia. L’incontro con i presidenti regionali ha prodotto un’apertura trasversale: i governatori di centrodestra hanno espresso sostegno convinto, quelli di centrosinistra non si sono opposti, pur attendendo un testo definitivo prima di pronunciarsi. Se il percorso non subisce intoppi, il decreto potrebbe essere approvato già a maggio.

“Il cambiamento è urgente, alla luce dell’avvio delle Case di Comunità, e necessario anche per rispondere alle esigenze dei cittadini e dei giovani medici”, ha dichiarato Schillaci durante la riunione. Il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ha aggiunto che “se non cambiamo poi non possiamo lamentarci”, mentre Francesco Rocca ha ribadito l’importanza politica del provvedimento. Il testo sarà inviato alle Regioni entro un paio di giorni, con un nuovo incontro fissato fra dieci giorni.

Addio alla logica del numero di pazienti

Il cuore economico della riforma è il superamento del sistema di remunerazione basato sul numero di assistiti iscritti. Oggi i medici di famiglia vengono pagati in proporzione al proprio pannello di pazienti, fino a un massimo di 1.500, estendibile a 1.800 in casi di necessità territoriale. Con il decreto, si passa a un modello basato sugli obiettivi raggiunti: presa in carico dei pazienti cronici e fragili, attività nelle Case di Comunità, promozione della salute, prevenzione, diagnosi precoce e collaborazione con infermieri, specialisti e personale amministrativo. Nella presentazione del decreto si illustrano già le singole voci del nuovo “stipendio” e si promette che, con il nuovo sistema, i medici guadagneranno circa 30mila euro l’anno in più.

Il cambiamento non è cosmetico: significa che un medico sarà pagato per ciò che fa e per i risultati che ottiene, non per il semplice fatto di avere un elenco di assistiti. È una logica di mercato applicata a un servizio pubblico, e proprio per questo incontrerà resistenze corporative prevedibili.

La dipendenza selettiva e il ruolo delle Regioni

La seconda novità strutturale è la cosiddetta “dipendenza selettiva”: i medici di famiglia che possiedono anche una specializzazione potranno essere assunti a tempo indeterminato dalle Asl. L’accesso è volontario, almeno “in una prima fase”, formula che lascia intendere un’espansione progressiva del modello una volta valutati i primi risultati. Si rompe così il tabù dello status convenzionato, aprendo alla coesistenza di professionisti dipendenti e convenzionati all’interno dello stesso sistema.

Le Regioni acquisiscono in questo quadro un ruolo strategico rafforzato: saranno loro a stabilire i fabbisogni di medici nelle Case di Comunità, le priorità territoriali e gli standard organizzativi. Il cronoprogramma prevede un’analisi preliminare entro 30 giorni, una prima stima economica e uno schema di convenzione riformata entro 60, la definizione delle condizioni di attuazione entro 90 e l’avvio delle prime applicazioni entro 180 giorni.

Le Case di Comunità diventano il perno del sistema

Le Case di Comunità — strutture finanziate dal Pnrr dove operano medici, infermieri, assistenti sociali e altri professionisti — diventano con questo decreto il fulcro organizzativo della medicina territoriale. Il testo le definisce “componente stabile del modello organizzativo”, il che significa che il lavoro al loro interno non sarà più facoltativo per i medici di famiglia. Saranno i maxi-ambulatori di quartiere e di paese a costituire il punto di riferimento sanitario di prossimità, e i medici dovranno farne parte in modo strutturale. La riforma nasce anche dalla constatazione che, in molte zone d’Italia, i medici di base non hanno finora mostrato grande disponibilità a integrarsi in questi nuovi presidi.

A supporto del modello, il decreto punta su digitalizzazione, telemedicina e riduzione del carico burocratico, con l’obiettivo di liberare tempo medico da destinare all’attività clinica e alla presa in carico dei pazienti. Cambierà anche la formazione dei futuri medici di medicina generale.

Il sindacato insorge

La reazione della Fimmg, il principale sindacato di categoria, è stata durissima. “Un provvedimento che distrugge il medico di famiglia. Meloni intervenga”, è la sintesi della loro posizione. I sindacalisti definiscono il decreto “mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti” e parlano di “riforma elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale”.

Nel merito, la Fimmg solleva due obiezioni tecniche. La prima riguarda il requisito della specializzazione: subordinare l’accesso alla dipendenza al possesso di una specializzazione escluderebbe di fatto l’intera generazione di medici oggi in attività, formatisi quando i due percorsi erano incompatibili per legge — incompatibilità rimossa solo da una sentenza della Corte Costituzionale. La seconda riguarda i medici giovani: in molte regioni del Nord la medicina generale è retta da professionisti ancora in corso di formazione specifica, che senza il titolo di specializzazione si troverebbero davanti a una scelta obbligata tra restare in un sistema senza prospettive di carriera o abbandonarlo alla prossima finestra utile. Il risultato, secondo il sindacato, sarebbe “un abbandono di massa della medicina territoriale”. Il cittadino, conclude la Fimmg, “perderà il suo medico di famiglia e troverà uno sportello sanitario anonimo”.

È il classico copione della difesa corporativa dello status quo, e va letto come tale. La battaglia con il ministro Schillaci è appena cominciata.

Enrico Foscarini, 25 aprile 2026

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