Il dossier pensioni torna prepotentemente al centro del dibattito per la manovra 2027. A un anno dalla scadenza elettorale, la sensazione diffusa è che la politica sia pronta a intervenire, anche a costo di gravare ulteriormente sui bilanci pubblici e sulle future generazioni. Il dato di realtà, tuttavia, resta ineludible: dal primo gennaio scatterà un primo adeguamento dei requisiti alla speranza di vita, portando l’accesso alla pensione di vecchiaia da 67 anni a 67 anni e un mese. Per la pensione anticipata ordinaria occorreranno invece 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne, con un ulteriore incremento complessivo di tre mesi previsto nel 2028. Restano esentati da questo automatismo i lavoratori gravosi e usuranti. È in questo contesto che la maggioranza cerca di delineare le proprie ricette previdenziali in vista dell’ultimo atto finanziario della legislatura.
La logica del ricalcolo contributivo
Sul tavolo politico delle pensioni spiccano le iniziative della Lega, capeggiata da Matteo Salvini e dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La priorità dichiarata è “sterilizzare” il mese aggiuntivo previsto nel 2027, un’operazione finanziaria stimata in circa 1,1 miliardi di euro. Accanto a questo blocco, emerge la proposta di una nuova uscita volontaria a 64 anni, pensata per includere anche chi possiede un’anzianità contributiva antecedente al 1996 e ricade nel cosiddetto sistema misto. Il meccanismo cardine ipotizzato si basa su un principio liberale di libertà di scelta individuale: maggiore flessibilità d’uscita al prezzo di un ricalcolo interamente contributivo dell’assegno e dell’eventuale impiego del proprio Tfr. Come sottolineato dallo stesso Durigon, la misura richiederebbe un’anzianità contributiva minima di 25 anni e una soglia d’assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, quota salita nel 2026 a 1.638,72 euro lordi mensili.
Il prezzo dell’anticipo
Accettare il ricalcolo contributivo comporta una precisa valutazione di convenienza economica per il lavoratore. Secondo le simulazioni elaborate dall’Osservatorio previdenza della Cgil, il ricalcolo contributivo delle pension determinerebbe un taglio medio del 10,6% sull’assegno, traducendosi in una riduzione permanente tra 183 e 366 euro lordi al mese. Per un reddito finale di 35mila euro annui, la pensione scenderebbe da 1.726,15 euro a 1.543,38 euro mensili. Trovandosi sotto la soglia minima di accesso, il lavoratore dovrebbe convertire in rendita circa 24.360 euro di TFR accantonato per coprire la differenza. Nei profili con retribuzioni di 50mila e 70mila euro, le pensioni ricalcolate scenderebbero rispettivamente a 2.204,84 euro e 3.086,77 euro al mese, mantenendosi tuttavia al di sopra della soglia e rendendo superfluo il ricorso alla liquidazione. Trasformare il Tfr in rendita non equivale a perdere il capitale, ma limita la libera disponibilità dell’ammontare, privando il cittadino di una liquidità immediata al momento del ritiro dal lavoro.
L’ostacolo delle soglie
Le proiezioni finanziarie sulle pensioni futuremostrano come l’innalzamento dei parametri renda l’anticipo a 64 anni un canale selettivo. Rispetto al 2022, la soglia d’accesso è aumentata di 328,04 euro, richiedendo un montante contributivo aggiuntivo di circa 83.851 euro, pari a 254 mila euro di retribuzione lorda complessiva accumulata in carriera. Le stime al 2030 indicano una soglia a 1.818,94 euro mensili, che esigerebbe un montante extra di quasi 129.863 euro. Di fronte a una retribuzione media annua dei dipendenti privati di 24.486 euro lordi, i lavoratori con carriere discontinue, part-time o stipendi bassi difficilmente riuscirebbero a raggiungere il limite richiesto, neppure destinando l’intero TFR. L’opzione risulta dunque conveniente ed accessibile principalmente per chi gode di redditi medio-alti e intende scambiare una quota del proprio assegno futuro con una maggiore libertà di tempo presente.
La rigidità della spesa pubblica
Resta sullo sfondo il tema di Quota 41, ovvero la possibilità di andare in pensione dopo 41 anni di contributi indipendentemente dall’età. Al momento, tuttavia, la misura appare priva di coperture finanziarie e di una struttura tecnica solida, configurandosi prevalentemente come una scelta politica. Lo scenario di partenza resta comunque severo: la legge di Bilancio 2026 non ha rinnovato né Quota 103 né Opzione donna, consentendone la fruizione solo a chi aveva maturato i requisiti entro le scadenze. Al contrario, l’Ape sociale è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026 per le categorie tutelate con 63 anni e cinque mesi di età. La prossima manovra dovrà dunque stabilire se mantenere nel 2027 questo canale d’uscita per disoccupati, caregiver, invalidi e addetti a lavori gravosi.
La svolta del capitale privato
Sul fronte dei trattamenti economici, prosegue il pressing per l’aumento delle pensioni minime. Antonio Tajani ha indicato come traguardo politico una crescita verso 700-800 euro, sebbene non esista ancora una proposta con platea, tempi e costi definiti. Attualmente il trattamento minimo dell’Inps si attesta a 611,85 euro mensili, integrabile attraverso le maggiorazioni legate al reddito. Un salto generalizzato verso i 700 o 800 euro genererebbe un impatto finanziario rilevante, difficilmente realizzabile in un solo passaggio. Sul versante del futuro dei giovani, la ministra del Lavoro Marina Calderone lavora con l’Inps all’ipotesi di un fondo previdenziale aperto alla nascita, avviato da un piccolo versamento iniziale pubblico e alimentato dai contributi volontari della famiglia e del beneficiario. In un Paese segnato da denatalità e carriere discontinue, il rafforzamento della previdenza integrativa rappresenta una delle soluzioni più logiche e sostenibili per garantire la sicurezza economica individuale e sottrarre i lavoratori dalla totale dipendenza dalle casse dello Stato.
Enrico Foscarini, 7 settembre 2026
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