
C’è un dogma economico tutto italiano che resiste a ogni evidenza empirica: i salari devono essere uguali da Bolzano a Palermo. È un principio nato in buona fede, per garantire equità, ma che oggi produce l’effetto opposto — bloccare il lavoro dove serve, impoverire chi produce di più e disincentivare chi vorrebbe crescere.
Guido Tabellini, vicepresidente della Bocconi, lo ha ricordato in un recente intervento su Repubblica, citando un paper del 2019 firmato da Tito Boeri, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch. Quello studio – passato quasi inosservato all’epoca – dimostra che la rigidità della contrattazione salariale italiana non solo è inefficiente, ma anche profondamente ingiusta.
Un esperimento comparativo: Italia e Germania
Italia e Germania presentano una geografia economica sorprendentemente simile: Nord produttivo contro Sud (o Est) arretrato. Ma la somiglianza finisce qui. Berlino, dopo la riunificazione, ha adottato un modello di contrattazione flessibile, introducendo le “opening clauses” che consentono alle imprese di adattare i salari alla produttività locale. Roma, invece, è rimasta ferma ai contratti nazionali, dove il salario minimo di settore vale ovunque, anche se il costo della vita a Milano è il 50% più alto che a Napoli.
Il risultato è una distorsione che grida vendetta. Nel pubblico impiego un insegnante o un infermiere a Milano guadagna quanto il collega di Bari, ma con metà del potere d’acquisto. Nel privato la contrattazione aziendale è confinata in poche grandi imprese, mentre nelle Pmi, ossatura del sistema, prevale la logica del “minimo tabellare per tutti”.
Lo studio di Boeri, Ichino, Moretti e Posch quantifica questa miopia: se l’Italia adottasse un sistema simile a quello tedesco, l’occupazione crescerebbe di quasi sei punti percentuali e i salari medi di oltre sette punti. Nel Mezzogiorno l’occupazione salirebbe del 12%, a fronte di una riduzione nominale dei salari del 6%, compensata però da un guadagno netto di potere d’acquisto.
Il paradosso del CLUP
La retorica dominante, da destra a sinistra, ripete che “i salari non crescono perché la produttività è bassa”. Ma è una mezza verità. Il CLUP, costo del lavoro per unità di prodotto, si abbassa quando cresce la produttività. Se il denominatore aumenta, il lavoro costa meno. In teoria, ciò dovrebbe liberare margini per aumentare le retribuzioni. In pratica, però, quei margini vengono spesso assorbiti dalle imprese per ridurre i prezzi o aumentare i profitti.
È il paradosso logico dell’economia italiana: l’aumento di produttività non si traduce in salari più alti perché il sistema compete solo sul costo, non sul valore. Finché il successo di un’impresa sarà esclusivamente misurato sulla compressione del CLUP, ogni guadagno di efficienza resterà prigioniero nei margini operativi.
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Produrre valore, non quantità
L’Italia non potrà mai permettersi salari alti se continua a produrre beni a basso valore aggiunto. Aumentare la produttività in settori maturi – arredo, ceramiche, tessile, agroalimentare – serve a poco se il prodotto resta povero di contenuto tecnologico o di design. Il vero salto di qualità non è quantitativo, ma valoriale: investire in innovazione, ricerca, formazione e capitale umano.
Solo un’economia che genera alto valore aggiunto può sostenere salari dignitosi senza erodere la competitività. Ma questo richiede una strategia industriale – non dirigista, ma intelligente – che orienti le risorse verso settori avanzati o, comunque, lasci il massimo di libertà diminuendo la pressione fiscale (auspicio, purtroppo, poco realizzabile al momento).
La contrattazione come leva
La produttività è condizione necessaria, non sufficiente. Perché i benefici si traducano in retribuzioni più alte serve un meccanismo di redistribuzione: una contrattazione che non si limiti a fotografare l’esistente. Il modello tedesco non è perfetto, ma ha un pregio: collega i salari al valore prodotto localmente, senza trasformare la politica salariale in un totem ideologico.
In Italia, invece, la sinistra difende il contratto nazionale per ragioni di principio, e il centrodestra – pur favorevole al decentramento – non osa toccare la leva territoriale per non scontentare il Sud, bacino elettorale decisivo. Così, tutto resta com’è: salari bassi, produttività ferma, potere d’acquisto in caduta.
L’illusione del fiscal drag
Nell’ultima manovra il governo ha rivendicato di aver neutralizzato il fiscal drag, e in effetti il problema non è più (solo) fiscale. Lo ha spiegato lo stesso Tabellini: le riforme recenti dell’Irpef e i tagli al cuneo fiscale hanno compensato l’effetto dell’inflazione. Ma i salari reali restano 4% sotto i livelli pre-Covid. Non è il fisco a trattenere la crescita dei redditi, è il sistema produttivo che non la genera.
I nostri tabù
L’Italia è prigioniera di un doppio tabù: la difesa ideologica del contratto nazionale e la rinuncia a un’industria ad alto valore aggiunto. Finché non si spezzerà questo equilibrio perverso, il Paese continuerà a impoverirsi nel nome dell’uguaglianza salariale.
La verità è che non esiste giustizia senza efficienza: un sistema che paga tutti allo stesso modo, indipendentemente da quanto si produce e da quanto costa vivere, non solo è iniquo ma è anche semplicemente autolesionistico.
Enrico Foscarini, 31 ottobre 2025
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