Economia
L'ANALISI

Pensioni e sanità ci stanno divorando, cara Gimbe!

La Fondazione di Cartabellotta grida al definanziamento, ma i numeri dicono altro: spesa monstre e, culle vuote. Ecco perché serve privatizzare.

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Ogni volta che la Fondazione Gimbe pubblica un rapporto, il copione è lo stesso: il Servizio sanitario nazionale viene descritto come un malato terminale, vittima di tagli e definanziamento cronico. Il problema è che i numeri, letti senza il filtro dell’emergenza permanente, raccontano una storia diversa: quella di una spesa pubblica che cresce da anni, che nel 2025 ha sfiorato i 142 miliardi di euro e che nel 2026 supererà i 148, con il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha già bussato al Tesoro per altri 5,5 miliardi aggiuntivi in vista della manovra 2027. Non si tratta di un sistema al collasso per carenza di fondi, ma di un sistema che assorbe risorse crescenti senza che nessuno, a destra come a sinistra, osi mettere in discussione l’architettura di fondo.

Il conto della sanità pubblica cresce ogni anno

Il Documento di Finanza Pubblica 2026 certifica che nel 2025 la spesa sanitaria italiana è arrivata a 141,5 miliardi di euro, in aumento del 2,5% sui 138,3 miliardi del 2024. Per il 2026 la previsione sale a 148,5 miliardi, quasi 7 miliardi in più in un solo anno. L’ultima legge di Bilancio ha fissato il Fondo sanitario nazionale a 143,1 miliardi, e già a fine luglio Schillaci aveva aperto il confronto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiedendo risorse aggiuntive per assunzioni, rinnovi contrattuali e liste d’attesa. Secondo indiscrezioni di stampa, la richiesta formale che il Ministero della Salute ha fatto recapitare al Mef per il 2027 ammonta a 5,5 miliardi, destinati in parte al personale e in parte a prevenzione, farmaci e strutture ospedaliere. Cartabellotta, dal canto suo, insiste che le previsioni di spesa restano sistematicamente disattese e che le stime del governo «avvengano sempre al ribasso» rispetto al fabbisogno reale. Il punto, però, non è se la sanità pubblica riceva “abbastanza”: è se questo meccanismo di richieste crescenti, anno dopo anno, sia sostenibile in un Paese con un debito pubblico oltre il 137% del Pil.

Il paradosso del confronto internazionale

Gimbe ama sottolineare che l’Italia spende, in rapporto al Pil, meno della media Ocse ed europea: il 6,2% contro il 7,1%, con un divario pro capite di 1.013 dollari e un gap complessivo stimato in 36 miliardi di euro. Il confronto, però, va letto con cautela. Prendere a riferimento la Germania, che destina alla sanità l’11% del Pil, significa ignorare che il modello tedesco è costruito su casse mutue concorrenti – le Krankenkassen – finanziate da contributi obbligatori ma gestite da soggetti autonomi, non su un monopolio pubblico integrale come quello italiano. Lo stesso vale per l’Olanda o la Svizzera, dove l’assicurazione sanitaria individuale, spesso privata mescolata a doti pubbliche per le famiglie più fragili, sostituisce la fiscalità generale come principale fonte di finanziamento. Se l’obiettivo fosse davvero avvicinare l’Italia agli standard europei, la strada indicata da questi Paesi non sarebbe “più Stato”, ma più concorrenza tra chi eroga i servizi.

Pensioni: il convitato di pietra da 371 miliardi

Se la sanità pesa, le pensioni pesano di più, e nessuno lo dice con la stessa insistenza con cui si parla di liste d’attesa. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pensionistica in senso stretto ha raggiunto nel 2025 i 289,4 miliardi di euro, pari al 15,3% del Pil, con una traiettoria che l’Inps stessa prevede in crescita fino al 17,1% nel 2040. Se si allarga lo sguardo ai “redditi pensionistici” complessivi calcolati dall’Inps – comprensivi delle componenti assistenziali – la cifra sale a 371 miliardi, contro i 347 del 2023. L’Istat, nel suo Rapporto annuale, certifica che la spesa previdenziale complessiva ha toccato i 400 miliardi, di cui oltre l’80% assorbito dagli assegni pensionistici veri e propri. Numeri che rendono il paragone con la sanità quasi improponibile: la voce pensionistica, da sola, vale più del doppio del Fondo sanitario nazionale.

Sanità più pensioni: quasi un quarto della ricchezza nazionale

Mettendo insieme il 6,3% del Pil della sanità e il 15,3% delle pensioni si arriva al 21,6%, quasi un quarto dell’intera ricchezza prodotta ogni anno dal Paese. Se si guarda invece al peso sulla spesa pubblica complessiva – che nel 2025 è stata di 1.152,9 miliardi, pari al 51,1% del Pil – le due voci insieme superano il 37% del totale. È una fotografia che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di conti pubblici: più di un terzo di tutto ciò che lo Stato spende va a coprire il passato – cure e pensioni di chi ha già vissuto la propria vita produttiva – mentre resta pochissimo spazio per chi il futuro dovrebbe ancora costruirlo.

Il paradosso della denatalità

Ed è qui che il ragionamento si chiude su se stesso. Ogni autunno l’Istat pubblica dati sempre più impietosi sulla natalità, e puntualmente destra e sinistra si stracciano le vesti: nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, il minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione di 2,1. Il saldo naturale è stato negativo per quasi 297mila unità, con 652mila decessi a fronte di 355mila nascite. Il dossier Natalità 2026, realizzato con l’Istat, segnala che il 62% delle persone in età fertile rinuncia ad avere figli per motivi economici. Ma se davvero si vogliono liberare risorse per le famiglie – attraverso una riduzione del carico fiscale o un maggiore spazio allo smart working, ammesso che serva davvero la leva della spesa pubblica e non basti allentare la morsa fiscale – occorre prima porre un argine alla spesa rivolta al passato. Non si può continuare a scaricare sulle nuove generazioni il conto di un sistema pensionistico e sanitario che cresce ogni anno senza alcun vincolo strutturale.

La proposta liberale: capitalizzazione individuale e assicurazione sanitaria

La soluzione più coerente, da un punto di vista liberale, non è rincorrere ogni anno qualche miliardo in più da destinare a sanità e pensioni, ma ripensare l’architettura stessa dei due sistemi. Per le pensioni significa transitare verso un sistema individuale a capitalizzazione interamente contributivo, sul modello di quanto sperimentato in Australia con la superannuation obbligatoria, in cui ciascuno accumula un capitale proprio invece di finanziare, tramite i contributi correnti, le pensioni di chi è già uscito dal mercato del lavoro. Per la sanità, il passaggio a un’assicurazione sanitaria individuale – sul modello svizzero o olandese, con premi calibrati sul rischio e una copertura pubblica residuale per chi non riuscisse ad accedere al mercato assicurativo (o per eventuali rischi non coperti) – permetterebbe allo Stato di alleggerirsi di una spesa che cresce strutturalmente più del Pil, restituendo ai cittadini anche la possibilità di liberarsi del ticket, quella sovrattassa mascherata da compartecipazione. Non è un percorso privo di difficoltà di transizione, ma è l’unico che consente di smettere di rincorrere ogni anno la prossima richiesta di miliardi aggiuntivi, che si tratti dei 5,5 di Schillaci o di quelli che arriveranno dopo.

Enrico Foscarini, 2 settembre 2026

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